Nata come la cena per celebrare il funerale del Blog, quella di ieri in villa da Raf è diventata la serata della rinascita. Troppe cose ancora da dire, troppi Pennelli ancora da prendere in giro. Troppa creatività chiusa in un cassetto.
Non è ancora tempo per darsi per vinti o spacciarsi per morti e se nemmeno un’onda anomala riesce a spazzar via la forza di un amore (quello tra Lello e Julia) tanto meno noi ci faremo surclassare dagli eventi.
Ispirata da Lello e tradotta in narrazione da Raf, ecco la vera storia di un amore: l’incontro in discoteca, il lungo e tumultuoso corteggiamento, il primo bacio, fino ad arrivare alla prima romantica notte d’amore condivisa con l’amico biscegliese in video-conferenza. Una storia d’altri tempi degna del nostro Pennello LELLO.
Perchè forse qualcuno ha “buttato dentro”, come dice un amico mio. Perchè magari ci sono persone tra voi che hanno detto: non ce la faccio a fare i conti con me.
Questo post è solo per ricordare a quanti ancora continuano ad aprire questa pagina, che nonostante tutto, nonostante la latitanza e lo stato di caos totale in cui sono piombato, almeno io, a dichiarare d’esser vivo, ci sono ancora. Chissà che non ne sbuchino altri.
E’ sempre così in un delirio post atomico. E questo adesso stiamo affrontando, ognuno a suo modo, col suo carico di lacrime e sudore pre-estivo. Alla ricerca di un qualche cazzo di nuovo equilibrio.
Basterebbe essere anche solo in due e trovare per strada un vecchio e stropicciato libro di poesie. Basterebbe quello, a farci tornare il sorriso, fosse anche solo per qualche minuto.
Anche se quello che ci manca, l’amore, fosse sfiorato appena solo con delle parole scritte cinquant’anni fa.
E’ un periodo pieno di domande. Ma questa, lo sapete, non è una novità. Purtroppo non ho il tempo che vorrei per confrontarmi con voi su tutto quello che ho dentro. Sui dubbi sulle mille questioni aperte che mi logorano. Allora devo scegliere le cose più importanti, ridurre all’osso e far stare tutto nel numero di caratteri di un post. Qualche riga che sia in grado di descrivere un’emozione, di raccontare una storia in maniera chiara. Ecco, è proprio questo il punto di oggi. La chiarezza delle storie che raccontiamo e di quelle che gli altri raccontano a noi. E’ il momento di affrontare quella più importante di tutte: He-Man. Si Lui, quello dei Masters of the Universe. Allora, durante la sigla, in breve, ci veniva raccontato l’antefatto, l’origine di quel supereroe. Iniziate ad ascoltarla e poi parliamo dei dubbi che naturalmente devasteranno la vostra coscienza come è successo alla mia.
Dubbio numero 1.
Il namig: He-Man, immaginate di essere un supereroe e che, potendo scegliere tra superlativi, suffissi e prefissi forti, associazioni ad animali e simbolismi vari che porterebbero a nomi come: Superman, Megaman, Spiderman, Batman, Tigerman, etc. etc.. voi scegliate un cazzo di Pronome Personale: EGLI.
Cioè che cazzo mi significa Lui-uomo? E’ come se usassi l’articolo indeterminativo “Un” o già che ci sono una preposizione articolata…. signore e signori, ecco a voi: “dell’Uomo”. Cioè, dai, non scherziamo è un nome sfigato, non c’è mica bisogno di un copyrighter per trovare qualcosa di meglio di He-Man.
Dubbio numero 2.
Adam. E’ il nome di He-Man in borghese, diciamo così. Guardatelo bene. E’ gay? Nulla da dire contro i supereroi omosessuali ma se è una scelta coraggiosa degli sceneggiatori allora cavolo, dichiaratela, sarebbe stato molto più efficace e di rottura. Così invece resta il punto di domanda. Ad ogni modo fateci caso, è l’unico supereroe fantasy e che vive le sue avventure in un contesto scenograficamente medievale (anche se ricco di elementi tecnologici) vestito in calzamaglia. Poi io dico: già la calzamaglia addosso a uno che si ispira a Conan il Barbaro non conferisce un tocco di virilità, in più tu, caro il mio sarto dei cartoni animati di che colore la scegli? Viola. Che finchè fosse solo quella… sopra la calzamaglia cosa ci metti, due belli stivaloni tom ford rivestiti di pelliccia perchè giustamente con le calze 200 denari non hai freddo alle gambe ma si sa che i piedi invece sono più sensibili. Andiamo avanti. Il nostro Nuriev completa la sua tutina da ballerino di danza classica con una maglietta aderente bianca sopra cui indossa una giacchetta corta rosa che non nasconde comunque i pettorali lavorati con ore e ore di panca in palestra. Vestito di tutto punto decide di pettinarsi come Enzo Paolo Turchi (o in alternativa come il figlio piccolo della Famiglia Bradford). Tirate voi le conclusioni. Appendice al Dubbio numero 2: capelli biondi e sopracciglia nere… è il segno che da Aldo Coppola si sono dimenticati di passargli il colore anche sulle sopracciglia?
Dubbio numero 3.
Il mestiere di sto pirla. Il principino dichiara al pubblico e all’anagrafe di fare il “difensore dei Segreti del castello di Grayskull”. Anche qui, niente da dire, per carità. Il lavoro, qualunque lavoro, nobilita l’uomo ma è evidente che se a uno vestito in quel modo gli fai fare un mestiere che non è proprio fra le categorie più presenti in Monster o in InfoJobs molto probabilmente è un mestiere fittizio inventato apposta per dare un senso alle sue giornate da uomo stra-ricco. Se ci fossero segreti da difendere non metti certo uno vestito dolce e gabbana a richiamare l’attenzione davanti al posto in cui sono nascosti. In buona sostanza questo Adam è un lavoratore socialmente utile in un paese in cui non serve potare gli alberi nè fare nient’altro legato all’utilità collettiva. Allora, tac, ci si inventa che ci sono dei segreti da preservare.
Dubbio numero 4.
Forse ad oggi è il dubbio più grande di tutti. Cito alla lettera: “scoprii di avere certi favolosi poteri segreti il giorno che sollevai verso il cielo la mia spada magica e dissi: ‘per la forza di GraySkull’ la grande forza è con me”. Certo, già da questo si capisce che uno che sputtana in pubblico il fatto che ha “certi favolosi poteri segreti” è assolutamente un mentecatto inadatto a proteggere i segreti del castello. Voi che dite? In più questo biondino che non si tiene un cece in bocca si sveglia una mattina e urla “per la forza di Grayskull”, classica frase che chiunque al mattino dice per augurare il buongiorno, e pof… gli compare addosso un completo sado-maso segno di un’evidente nuova aggressività e resistenza al dolore… Gli altri supereroi, quelli normali, arrivano da altri pianeti oppure si costruiscono armi speciali oppure vengono coinvolti in esperimenti sfuggiti al controllo degli scienziati che poi li rendono super potenti, questo no, questo ci diventa azzeccando di culo una frase del cazzo. Appendice al Dubbio numero 4: il fatto che il completo di He-Man sia sadomaso dovrebbe essere comprovato dal nome della setta di cui fa parte: “i DOMINATORI dell’universo” (a proposito bel nome da dare a dei personaggi che stanno dalla parte dei buoni).
Dubbio numero 5.
“Soltanto in 3 sono a parte del mio segreto (oltre a tutti voi telespettatori con cui me la sono cantata dopo 20 secondi di inizio del cartone animato): la nostra amica Sorsores, Venetarus e Orco (questi ultimi due evidentemente non sono nostri amici)”.
Ma Sorsores sarà mica la ragazza uccello di nome Pretty Jane detta “il cigno” del cartone animato “La battaglia dei pianeti” caduta poi in sventura con un ruolo di secondo piano? Perchè Venetarus, quello con la faccia da conduttore del TG2, è l’unico che nella versione in inglese ha un nome normale, Duncan, e invece in quella in italiano bisogna chiamarlo come un millepiedi del Madagascar in estinzione? Orco, vabbhè, qui è come sparare sulla crocerossa, da un’occhiata rapida è chiaro che pure lui avrà i suoi problemi… ma perchè ci si incaponisce indossando il cappello di Grande Puffo?
Dubbio numero 6. Ma più che altro considerazione finale Le forze demoniache di Skeletor. Guardate sto pover’uomo (che altri non è che la controfigura di Fantaman). Lui dovrebbe essere il cattivo e ci prova pure, ma il suo esercito del male è composto da tre sfigati: l’uomo di latta di Alice nel paese delle meraviglie, una rana gigante e dal fratello deforme di dracula. Con degli aiutanti così per forza ogni volta le prendi di santa ragione. Quella di Skeletor non è una risata, è una paresi facciale cazzo… All’origine era un ciccione di 130 kg ma da quando l’hanno preso come cattivo della storia è deperito come un deportato di guerra. Lui, forse, è la vera vittima, maltrattato e colpevolizzato dalla ricca aristocrazia di Eternia. O forse siamo noi che, ancora prima che inizi la puntata, restiamo ciecamente incastrati in un mondo costruito su deboli verità.
No, non è il titolo di quella famosa canzone. E’ il mio fine settimana.
Mentre in questo venerdì notte piove, io esco. E’ finito il tempo in cui l’acqua raffredda, impaurisce, annerisce la coscienza. Esco, senza presenze attorno per parlare da solo e riconoscermi ancora in qualcosa.
“Il problema non è il genere di pupazzo che si è, il problema è la durata della pila”.
E quando la pila sta per finire, in qualche modo, da qualche parte, bisogna provare a ricaricarla. Anche quando apparentemente tutte le strade sembrano sbagliate e tutte sembrano in sè conservare comunque qualcosa da salvare. La relatività ormai mi consuma.
Da cose così se ne esce solo rifiutando i compromessi e dicendo: “basta”.
Cammino. Nell’acqua. E dopo un pò la pelle s’abitua e si abituano gli occhi. Raddrizzo la schiena e vado, a testa alta. Ricomincio a ragionare partendo da ciò che di più certo mi è rimasto: i passi.
Ho una domanda grande dentro che si ripropone più forte in questi giorni e mentre sogno di storie d’amore che non ci sono più e provo a realizzare sul serio, stavolta, che un’epoca è finita inizio a immaginare le parole, i gesti e lo stile per uscire fuori da questo momento. Perchè saper finire è qualcosa che non si impara mai.
Per questo non userò tante parole. Non mi sforzerò di averne altre di mie prima del tempo. Che il momento giusto arriverà. Intanto prendo in prestito 11 minuti e 36 secondi di qualcuno che tra le sbarre della propria prigione ha raccontato qualcosa di simile a quello che stanotte, tra la pioggia dolce d’aprile, ho sbiascicato io. >> uomini soli – JacK Folla
Siamo in troppi. Ormai lo penso spesso e sempre di più. Tutte le volte che la gente mi circonda senza invito, tutte la volte che una di queste persone con il diritto di un amico, sale in cattedra e mi dice quello che io dovrei o non dovrei fare, come dovrei e non dovrei essere.
Ecco, in quei momenti, a quel tipo di consigli non richiesti, io tendenzialmente risponderei: “ficcatelo nel culo”.
Ora, facciamo subito una pausa in cui chiedo scusa per l’eccesso dell’espressione appena usata che mi rendo conto essere parecchio volgare. Poi provo a spiegarne il motivo sperando di non essere frainteso. Voglio provocare tutti su un discorso, anche portandolo all’eccesso, per cui pongo una serie di domande a cui vi chiedo di rispondere almeno dentro di voi. Le prime riguardano l’intensità di un rapporto, le altre la forma.
Ma quand’è che veramente state bene con gli altri, quando riuscite a essere voi stessi e a sentire il sè degli altri o quando semplicemente nessuno vi dice nè più nè meno di un “ciao come stai?”, “ci prendiamo un caffè?”, “quanto mi farei la bionda in terza fila”?
Il numero di persone presenti ad una serata tra amici e le buone maniere di ciascuno sono la cosa più importante? Cosa cercate: degli amici o una platea? Cosa volete, persone sincere o persone corrette?
Mi verrebbe da dire: “queste e altre risposte le troverete nella puntata di Vojager di mercoledì prossimo”… ma il fatto è che poi questo mio tentativo filosofico si trasformerebbe nella solita caciara tarallucci e vino.
La verità è che m’incazzo pensando a quanto poco senso critico bisogna avere per accettare e adattarsi a tutte le differenze degli altri e a tornare a casa soddisfatti della propria serata e della propria vita. E non venitemi a parlare di carità cristiana, della capacità di star bene con tutti, dell’apertura verso il prossimo perché sono un’altra cosa, perchè un conto è rispettare tutti, imparare e apprezzare le differenze, un altro è non rendersi conto che ci siano persone che nella propria vita contino più di altre, gente con cui è più gratificante stare insieme perchè seguono la tua ricerca di intensità e accettano la tua forma a volte troppo diretta e con le stesse ti ripagano. Ecco, quelli, e solo quelli, io, li chiamo amici.
E a questo punto tutti i pensieri rimanenti in questo post sono dedicati agli altri, tutti quelli che un giorno, mettiamo una domenica sera, passando davanti alla mia vita si sono fermati, l’hanno guardata e arrampicatisi sull’albero facile del loro silenzio di spettatore hanno detto tra la folla: “vins: sbagli a essere così”. A loro, incapaci di capire la ricchezza di un pensiero espresso senza fronzoli ma sempre con apertura al dialogo perchè dire qualcosa in modo diretto è troppo spesso scambiato per dirla in modo aggressivo. A loro che va sempre bene finchè le luci in sala solo spente e possono giudicare ma che poi si cagano sotto quando gli si chiede di fare anche loro una parte, di raggiungere e aggiungere un valore, uno qualsiasi che non sia matematico (e che loro chiamano, sapersi adattare alle proposte degli altri).
Per tutti quegli iper-sensibili alle parole che Vins dice quando parla con il cuore in mano perchè forse sono iper-sensibili alla verità e invece che sconvolgersi e scandalizzarsi per quella stanno li a rompermi il cazzo sul come gliel’abbia detta …. per loro poggio qui questi pensieri duri, forse nuovamente offensivi, ma figli della scelta di vivere per come sono e con poca gente attorno piuttosto che per come dovrei essere ed in mezzo ad una folla di amici. Li poggio qui con delicatezza, perché anche i pensieri duri se cadono dall’alto possono spaccarsi in mille pezzi, perchè anche chi ha scelto come vuole vivere, quando trova davanti chi lo incolpa di far soffrire qualcuno può sentirsi male e lo eviterebbe volentieri.
E allora, cari miei, decidete voi da che parte stare, se volete Vins, o solo un amico di facebook di quelli da “Mi piace”, “ti ha mandato un regalo”, “ti ha invitato a partecipare a…”, perchè se è l’amico facebook che volete allora ci vediamo online altrimenti stringete i denti e acchiappatevi la verità di me (che non è necessariamente la verità della vita, ovvio), quella scomoda e detta male ma sempre con questo schifo d’anima in mano. E appena prima di dirmi “Vins, hai sbagliato ad essere te” pensate che sono si, abbastanza giovane per cambiare, migliorare ed apprezzare i vostri consigli, ma anche che ormai sono troppo vecchio perchè possiate insegnarmi quello che voglio e che mi fa star bene quando sto con gli altri.
Alla fine di questo post spero che chi ancora se lo chieda smetta di interrogarsi sul perché spesso mi piace stare per i fatti miei, la risposta è perchè quelle volte non riuscirei a essere come sono e non ho voglia di non piacervi, di provare a discolparmi, di impoverirmi del mio modo di essere per fingere che quello degli altri mi arricchisca sempre e comunque.
Vins
E una canzone che forse non c’entra ma che volevo condividere perchè mi riporta a un senso di autenticità che a volte mi sembra così difficile da trovare, e da condividere.
Io e Giò la parola “orgoglio”, parlando tra noi, l’abbiamo spesso usata con uno scopo differente da quello per cui la uso qui. Insomma, per lo più, la tiriamo in mezzo per identificare la testa dura che ci caratterizza. Quella che ci fa portare avanti certe questioni per principio più che per senso pratico.
Stavolta, al di là dei meriti soggettivi che ciascuno può giudicare liberamente, credo che la parola orgoglio si possa usarla, parlando di lui, in un’altra accezione. Una decisamente positiva. Così è questo l’uso che ne faccio oggi. Distante centinaia di km sia geograficamente che dal punto di vista della visione di questo tipo di impegno mi resta comunque in testa l’immagine chiara di una persona che sta provando a “fare” qualcosa in cui crede. Non mi interessano tanto i discorsi di “fare per sè” o “fare per gli altri”, non mi interessano le sfumature che saranno oggetto di dibattito in altre sedi e in altri momenti. Oggi, in questo secondo giorno di primavera, lasciatemi un pò di orgoglio verso quel cazzo di cappotto “old school” (come direbbero i miei colleghi modaioli) che svetta davanti ad un politico di professione con l’aria di uno che dice: “secondo me è così”. Averceli i coglioni tutti per farlo, per pensare, per dire, per mostrarsi con una faccia diversa da quelle che hai davanti. Orgoglioso!
Questa è una delle tante, famose, lettere che Van Gogh scrisse a suo fratello Theo. Da sempre quando leggo le parole di questo artista assurdo e geniale tendo a sentire una sorta di corrispondenza che certamente viene amplificata dall’omonimia.In un’altra lettera mai spedita Vincent, quell’altro scrisse: “per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione … ”. Certo io sono molto lontano dal fare entrambe le cose, benchè dalle cazzate che dico a volte un pò anch’io sento che la ragione non sempre mi accompagni a dovere. Ad ogni modo, ritrovarsi in certe riflessioni è un piacere per l’anima e una botta di fiducia per l’orgoglio credere, per la durata di poche righe di avere gli stessi occhi di uno che gli ha saputi usare così.
Al di là di quelli che saranno i vostri pensieri (condivisi o meno, spero la prima) mi auguro che queste righe possano essere motivo, per qualcuno o per molti, di riflessione sul concetto dell’ozio, della solitudine e sul valore di un certo tipo di condivisione, sulla qualità del tutto, sul peso di ogni cosa.
A presto
“C’è fannullone e fannullone. C’è chi è fannullone per prigrizia o per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi prendermi per uno di quelli. Poi c’è l’altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell’impossibilità di fare qualcosa, perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle cirscostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d’istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d’essere! So che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire? C’è qualcosa in me, che è dunque? Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale. Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c’è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c’è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: “gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata”, e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore. “Ecco un fannullone” dice un altro uccello che passa di là, “quello è come uno che vive di rendita”. Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. “Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!”. Quel tipo di fannullone è come quell’uccello fannullone. E gli uomini si trovano spesso nell’impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente orribile… Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede “Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l’eternità?”. Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita”.
Chiamo una persona. Primo squillo, secondo, terzo. Forse sta dormendo.
Sono le 23,30 di un lunedì quasi anonimo, visto da fuori. Quasi, se non fosse per un sole di primavera, per due chiacchiere scambiate sul balcone dell’ufficio stamattina sentendo per la prima volta dell’anno un tepore aderire perfettamente a quella che è la temperatura che sento dentro. Così oggi per me è il primo giorno di primavera ed è difficile che ci sia altro degno di nota, non c’è mai altro degno di nota nel primo giorno di primavera.
Lavoro fino a tardi. Tante scadenze. Non mi toccano granché. C’è poco da fare, oggi è quel giorno dell’anno in cui la testa sceglie di starsene tranquilla anche quando le ragioni per non esserlo sono mille, anche quando rientri in ufficio dopo la pausa pranzo e sai che ne uscirai quando il sole sarà andato via da un pezzo. E’ una strana sensazione di pacata invulnerabilità. Succeda quel che volete, io sono qui – dici – avvolto in 4 strati di tranquillità tiepida, serena e appagante. E’ chiaro, non durerà. Questo però è il giorno diverso dagli altri. Diverso da quelli del resto dell’anno.
“Mattino, primavera, speranza sono uniti in musica dalla stessa intenzione melodica”.
E’ una frase di Pessoa tratta da Il Libro dell’Inquietudine. E persino sfogliando delle pagine così oggi non riesco a non trovare una specie di pace.
Sono le 00,16, squilla il telefono. Non stava dormendo. Per sentirmi stava aspettando finisse il mio primo giorno di primavera, credo. Una questione di tempi.
A tutte le donne … per questa giornata così tanto sentita da alcune e così poco da altre.
A quelle che stasera avranno finalmente un motivo per lasciare a casa i propri mariti panzoni e andare a vedere uno spettacolo di spogliarello maschile
Alle quote rosa,
A quelle che sognano di fare il presidente del consiglio o la velina… tanto sempre spettacolo è…
A quelle che lavorano più degli uomini e a quelle che invece di competere con gli uomini da loro si fanno mantenere,
ma anche e soprattutto …
A lei, che dalle 9.00 di stamattina fino alle 18.00 di stasera farà starnuti a ripetizione perchè in ufficio, cazzo, nessuno l’ha ancora capito, dopo anni, che è allergica al polline e continua a farle trovare puntualmente un mazzo di mimose sulla scrivania. ma come fa a dirglielo? è l’unico gesto carino che hanno la decenza di rivolgerle.
A tutte loro una canzone che parla di donne… e ne svela intimamente la bellezza… si insomma più o meno…
Il webmaster nonchè fondatore di “questo cazzo di blog” (cit.) ha dichiarato in una nota sintetica diffusa in mattinata:
“ringrazio anzitutto Giò essenzialmente per una cosa, per aver citato ottomilionisettemilacinquecento volte (centinaio più, centinaio meno) il mio nome nel suo post precedente. Storicamente una cosa così non era mai successa nè, presumo, mai ricapiterà. Dunque mi godo il momento di fama e vado a verificare se, viste tutte le occorrenze del mio nome, questo blog da domani venga fuori al primo posto in google quando si scrive la parola “VINS”.
Ok, smarcata la parte seria del mio intervento procedo a commentare i contenuti dell’intervento del mio amico fraterno. Ci tengo a fare un chiarimento. Qui, per quanto mi riguarda, nessuno chiede autorizzazzioni a nessuno per scirvere un post. Cazzo! (intercalare che simboleggia decisione) per me l’opinione degli altri è una cosa sacra, non faccio il censore o il sommo sacerdote che ha la verità in mano (anche se spesso credo di avercela, perchè sono supponente di natura).
Io, piuttosto, ho sempre e solo chiesto a tutti voi – amici e compagni di blog – di inserire i vostri post in bozze in modo che poi ne distribuissi la pubblicazione nei giorni migliori evitando sovrapposizioni. Era solo una questione pratica di fruizione e mai di contenuto in sè. Non ho mai (o quasi) letto un post prima che andasse online a dimostrazione che se in disaccordo con quanto espresso preferisco dirlo dopo, nei commenti e non prima dicendo “non lo pubblico”. Per cui quando Giò, dimostrando uno scrupolo e un rispetto anche più elevato di quello che gli richiedo, mi ha chiesto se poteva pubblicare il suo post su tematiche politiche l’unica cosa che gli ho SUGGERITO era di inserire qualche riga sua personale in modo che non risultasse un mero copia e incolla di un comunicato stampa ma che fosse una notizia comunicata in maniera da esprimere un punto di vista.
Qualcuno dirà: ma è un punto di vista “schierato” rispetto a un concetto già schierato di per sè. Certo ma è proprio questo che vorrei sempre, che emerga la personalità di ognuno il più possibile, altrimenti questo blog non serve a niente. Personalmente potrei andare a leggere le notizie sul corriere.it o su fonti più attendibili no? Qui dentro non voglio essere neutrale, non voglio che lo siate voi, non è un tavolo professionale per cui abbiamo l’obbligo di lasciare a casa le nostre opinioni e concentrarci sull’obbiettivo del profitto. Qui si può essere in disaccordo. Questa è la vita, CAZZO, non è un corso di bon ton nè di SVIZZEROLOGIA. Volete dire il contrario di quello che dice qualcuno: Ditelo. Volete dirgli che è un cretino: Diteglielo. Volete dirgli che non deve politicizzare il blog: ditegli anche questo ma fatelo qui dentro, arricchirete della vostra amata democrazia questo posto anzichè soltanto una chiacchierata esterna tra 3 persone e in più conferireste al blog quello che davvero sarebbe bello diventasse un punto di incontro con personalità diverse e sfaccettate piuttosto che la creazione a immagine e somiglianza di Vins (che peraltro ha un blog suo e la sua identità la esprime già in quello).
Infine, e chiudo la solfa, sul concetto che su questo blog non parliamo di politica la mia visione è molto poco mediata e mediabile, nel senso che per me in ogni cosa che scriviamo stiamo parlando di politica, semplicemente non parliamo di partiti o personaggi politici, ma sticazzi… credete sia questa soltanto la politica? Ecco se pensate sia questa allora spiegatelo alla gente che mi dice che sono di sinistra senza aver mai letto nulla scritto da me che parli di vendola o del pd o di rifondazione o di marx ma solo post “esistenziali”…. almeno la smettono di rompermi i coglioni (che poi nessuno abbia ancora capito un cazzo di me perchè io non sono di sinistra ma anarchico… questo è un altro discorso. Ma il mio intervento è già troppo lungo così.)
Penso alle luci che si riaccendono. Ai titoli di coda scappati via fino all’ultimo.
Rilassato eppure con la sensazione di aver puntato mani e piedi sulla sedia. Come a non volermi muovere, perchè di muovermi di fatto non ne ho voglia. Fa una specie di pulizia. Il cinema intendo.
Duecento persone, quattrocento… mille… eppure quando il film inizia in quello stanzone buio ci sei solo tu e per due ore, portaputtana, nessuno chiede, nulla succede eppure succede tutto: ridi, accelera il cuore, piangi come un tempo piangeva qualcuno che hai scordato, i sogni vanno, desideri qualunque cosa. Ti basta, sei al sicuro, per quelle due ore. E’ così ogni volta.
Io sto per conto mio, quasi sempre. Come se quelle luci non si riaccendessero alla fine del film. Tante volte sto per conto mio anche quando sto con gli altri e qualcuno se ne accorge, credo, molto più di quello che da a vedere. Non ho mai capito se sono circondato da amici educati o amici rassegnati al mio essere così. O forse se ne fregano e basta.
Insomma, non sono l’amico migliore che si possa desiderare di avere. Lo so. Se qualcuno lo pensa ha sopravvalutato il mio altruismo. Se qualcuno lo spera, perde tempo. Se qualcuno crede che stia facendo la vittima si sta facendo fregare dall’esca.
So di provarci a essere amico di qualcuno e che nei vostri giorni più difficili, quando la merda sembra non darvi respiro ho solo la pazienza per fare una cosa. Portarvi in alto, su una scogliera, davanti ad un alba e, arrogandomi il diritto di averla dipinta io, quell’alba, dirvi: “ecco, vedi questa davanti è la bellezza, li sotto invece tutto finisce. Adesso se hai i coglioni scegli”. Io, da amico, so solo sfidarvi. Anche quando di forza per accettare la sfida non ne avete.
Stasera tutti sono a un concerto che pare essere irrinunciabile. Io invece, adesso, sono in questa camera. Per me così irrinunciabile non lo era. Ho una specie di urgenza. Una grande, da valere la tv spenta e poca musica alternata al silenzio sullo sfondo.
Sulla scogliera, là in alto, stasera mi ci sono portato da solo, dimenticandomi che a quest’ora non c’è nessuna alba di cui vantarmi. Poco da scegliere.
Eppure nel momento stesso in cui mi rendo conto che non ci sono sorprese, che la bellezza è finita e forse sono il peggior amico persino per me stesso una ragazza, dal nulla, mi scrive qualcosa. Una cosa semplice, tipo: “ciao”. Era di un’estate di sette anni
fa, l’ultimo ricordo. Lei dice di avermi pensato, qualche volta. Mi racconta, dice di aver vissuto. Sono certo l’abbia fatto. Dice di amare De Andrè. Le rispondo che sto sorridendo. Lei non capisce cosa esattamente intenda. Non l’ha vista ma c’è: l’alba.
Per compensare l’ammorbamento intimista dovuto al post di ieri la redazione propone un’ulteriore riflessione sul limbo che attanaglia molti di noi in ogni inverno della vita… e pure in altre stagioni.
Vins, in quell’altro mood
p.s.: grazie a lello, domenico, agatella e antonio per lo scambio mail di oggi, almeno so che internet vi funziona ancora
E’ tutto un limbo. Limbo strano però. Tutto si muove e resta fermo. Tutto cambia senza mai cambiare veramente. E in questo limbo, da qualche settimana, ci è finito pure questo blog.
Post di qualcuno, commenti, sparuti, di qualcun altro. Mi chiedo se sia il freddo. Si, forse effettivamente è il freddo. Dev’essere quello. Non posso credere che ognuno si sia scelto il silenzio come salvezza per questa stagione.
Sono successe cose che hanno stravolto la vita di qualcuno, altre che invece la vita di qualche amico l’hanno cambiata piano piano fino a renderla poco riconoscibile a noi che gli siamo attorno e forse anche a sè stesso.
Sono successe cose che qui dentro, tra questi milioni di righe scritte di getto o pensate a lungo, nessuno troverà mai perchè è vero che non tutto può essere scritto e che non tutto vuole essere scritto. E così, in questo silenzio che insiste ci stiamo muovendo lo stesso, in punta di piedi, con calzini spessi per non sentire il pavimento freddo, parlando ognuno con il confessore che si è scelto, ognuno attento a guardarsi dietro per essere certo di non essersi perso la propria ombra.
E’ quando inizi a desiderare che scoppi improvvisa la primavera che forse il sangue ritorna a girare nelle vene, la mano a formicolare, gli occhi a scrivere. E via dal limbo. E io spero che da quella parte, qualcuno di voi abbia già iniziato a farlo. Ne verremo fuori, nel bene e nel male.
Così, con un paio di puntine al posto giusto, questo 31 dicembre stende in cielo un tappeto azzurro di quelli che proprio finirai per ricordarli per tutta la vita. Colpisce la tela con due pennellate di bianco, diciamo pre-impressionista, così che l’aria sopra i campi arati e i vigneti dia l’idea di un respiro mosso, della fine di un’apnea. Poi, per concludere in bellezza, ci mette al centro un sole assurdo, uno di quelli che vista la giornata sembrerebbe conseguenza logica ma visto il calendario quasi spaventa .
Finisce così quest’anno. Con una promessa dal cielo.
E che sia reale o figlia di una fantasia io la promessa me la prendo. E pure il caldo sul viso che resta una specie di carezza, una cura a qualunque male.
Va via l’anno in cui lascerò la fine di un’altra storia d’amore. Una storia che non dimenticherò ma con un epilogo da pessimo romanzo rosa. Mi lascio dietro l’anno di due amicizie nuove e importanti, di una ritrovata e di altre che fanno più intensi i sorrisi, quelle invece me le porto dietro perchè ispirano parole d’argento.
C’è stata un’isola nelle baleari e un cammino d’agosto verso una terra che si chiama “noi”, mi porterò insieme anche quei passi di sfida all’insolazione, al dolore, alla stanchezza e a tutti quelli che non hanno capito di che pasta siamo fatti. “Dall, Raf, dall”.
In archivio ci finisce pure un altro incredibile viaggio, quello in Marocco quando il trio ha toccato un’altra volta il cielo, un cielo più alto dei 9.000 metri di quota in cui viaggiava l’aereo, quando il Marrakech Express della mia infanzia ha smesso di essere solo un film diventando vita, parole e occhi pieni.
Si chiude l’anno dei concerti al Jet Cafè, delle cene a casa di Nick, dei bomboloni e pizza alle due di notte a Cologno Monzese. Si chiude un anno di lontananza marcata con Giò, distanza che si è sbriciolata nella stretta di un abbraccio, come sempre.
Due ore fa sdraiato su una panchina della stazione di Barletta, culo fresco sulla pietra e viso caldo al sole, ho espresso un desiderio che ora, all’altezza di Pescara, mi torna in mente. Ho sperato che il treno non arrivasse mai più. Non per voglia di restare, non per paura di tornare.
Solo per tirare più a lungo possibile avanti questo attimo lungo di emozioni che è stato l’anno appena trascorso.
Forse non c’è da essere euforico per un amore che finisce, per una strada assolata, per amicizie perse, per altre che sono più lontano di quanto vorrei e altre ancora contorte e difficili, per i baci rubati nelle notti invernali.
Forse non c’è nemmeno da essere poi tanto felice di aver risalito le solite tre scalette del treno e di questo rumore di ferro che scivola via su altro ferro e mi porta verso una vita che potrebbe essere tanto migliore di com’è.
Di certo, sicuro e intoccabile c’è che alla fine di quest’anno so che malgrado debba stringere gli occhi in una smorfia che sembra un sorriso dolorante il sole riesco ancora a guardarlo dritto in faccia. Servono a questo le lacrime credo: a non restare ciechi di fronte a tanta luce, a tanto viaggiare.
Ragazzi, il cielo ha promesso. I sogni non bastano mai.
Alzo lo sguardo. Un orologio digitale che fino a qualche mese fa non c’era, lampeggia in rosso: “1:07″.
Poi dice: “+15°”.
Infilo nell’asola il secondo bottone del cappotto, poi anche il primo. Non fa veramente freddo. E’ il 25 Dicembre, solo 3 giorni fa camminavo nel gelo e scivolavo sulla neve diventata ghiaccio di Milano, eppure oggi, qui, non fa freddo. Un attimo e cambia tutto. In meglio, in peggio. Ma cambia. Un attimo.
Mi abbottono solo per sentirmi più compatto. Pronto a correre, se ce ne fosse bisogno, senza nessuna resistenza dell’aria. A lanciarmi con gli occhi chiusi senza impigliarmi a niente. Le emozioni arrivano sempre ad ondate. La felicità poi, non ne parliamo. A noi tocca rassegnarci e vivere sapendo che qualcosa, di tanto in tanto, ci travolgerà e che in quel momento dovremo essere abbastanza aerodinamici.
In questo momento una pelle d’oca leggera mi prende le braccia e sale lungo la schiena, fino al collo. Non ci sono miracoli nella mia vita, ora. Nessun evento eccezionale che non sia la visione generale del tutto, di chi sono, di quello che faccio. Delle parole che ho nelle mani e solo li e mai troppo a lungo nella testa.
Tanti giorni ho l’impressione che la vita scorra via e io non ne navighi mai abbastanza, che mi accontenti appena di una parte, forse quella più facile. Ma oggi no, è diverso. Non è perchè è Natale. Nemmeno perchè la musica nelle orecchie di questa nottata a piedi rende tutto più romantico (anche se in effetti lo rende). E’ perchè questa città, queste strade deserte, dopo tanto tempo tornano a sembrarmi casa, anche nel loro essere imperfette e bucate dalla mancanza di poesia di chi le abita. Ma a quest’ora le anime pigre sono da un’altra parte. Non c’è traccia di loro in questi metri dal pub a casa dei miei. Qui ci sono io e la mia mente è libera di coprire ogni centimetro senza dover chiedere il permesso al sistema di valori che qui va per la maggiore ma che con me non ha mai c’entrato granchè.
Oggi so che non tornerò. Nonostante la serata ad esaltarsi insieme a Giò per un’intesa che, porcaputtana, non abbiamo mai perso. La stessa che ci fa divertire talmente tanto da perdere di vista che magari siamo in un posto perchè ci stiamo provando con qualcuna. La stessa che mette entrambi al sicuro dalle proprie “carogne”, almeno per 4 ore al giorno.
Oggi so che non tornerò. Nonostante sia invaso dal profumo dell’aria che porta con se il mare e la terra di qui, quella che non potrei mai scambiare con nessun’altra aria di isola delle Baleari o di Souk del Marocco.
Oggi so che non tornerò, e tre. Nonostante i parenti, i ricordi, le passeggiate, la sensazione di avere tutto sul palmo di una mano.
Oggi però so anche un’altra cosa. So che io, qui, in questi metri, ancora ci sono. Ancora sono capace di sentire il sangue che gira in modo diverso dentro. E questo è quanto. Questo è abbastanza per concludere una serata così dicendo: “esisto”.
Due minuti fa ho detto: “nessun evento eccezionale che non sia la visione generale del tutto”. Mi pare che quest’ora di lampioni gialli, silenzi cantati e passi lenti, sia già diventata più esaltante di quanto pensassi all’inizio. Ecco perchè la pelle d’oca.
Io in dio non ci credo nemmeno oggi, anche se è Natale. Ma, non so perchè, lo ringrazio comunque, e continuo a camminare perchè è questo che so fare. Mi prendo queste ondate di pensieri, emozioni, felicità. E’ tutto gratis. Cazzo, è la parte migliore della vita e pochi se ne sono accorti. A voi l’ondata di parole. Gratis anche questa.
- Vins – mi dico – non è che i tuoi fan se ne avranno a male? Datti una svegliata. Compiacili. Accontentali.
Puf.. appare il grillo parlante sulla mia spalla e anche lui esordisce con un:
- Vins.
- Eh – gli rispondo
- non ce ne hai di fan!
- Ah.
cazzo, a volte la realtà si confonde con l’immaginazione e non lo sai bene dove finisce una e inizia l’altra.
Cioè tipo, oggi, giusto per fare un esempio, mica lo so cosa è stato vero e cosa no. So che fa talmente tanto freddo che il cervello deve essersi parzialmente congelato e funziona solo quando e come gli pare a lui. Diciamo che per diverse cose è come vivere a memoria, per altre invece, come una continua improvvisazione.
Nonostante alcuni atteggiamenti e tentativi di ordinarmela, questa esistenza mi scappa di mano. Continuamente. Sono anni che, appena messi dieci passi uno di seguito all’altro, all’undicesimo vado fuori pista. Come il Bufalo che “scarta di lato” della canzone di De Gregori. Al contrario della locomotiva scivolo via in disegni strani. In vortici che somigliano ai disordini di Mirò.
Pensavo: ma se quella gran faccia da culo di George Clooney si salva dal pianoforte che precipita dal quarto piano, perchè lui, insomma, è pur sempre il più figo, io, perdente in partenza in questo confronto cosa dovrei aspettarmi? Beh, forse, in effetti io stasera al San Pietro-John Malkovich non ho nemmeno poi così tanta voglia di chiedergli di rimandarmi indietro. Anzi, fanculo al negozio delle macchine del caffè, mi dico:
- Vediamo cosa viene fuori da queste linee strane. Da queste nuvole. Magari è davvero un’opera d’arte.
- Viiiiins..!
- caaazzooooo, griLLo, è quasi mezzanotte, non rompere i coglioni!
Questo non è un post sul viaggio in Marocco. non è un racconto dei cinque giorni a Marrkech. Arriverà anche quello fra un pò, credo. Ma non è in queste righe che lo troverete.
Questo è uno spazio bianco. Un’intercapedine tra il prima e il dopo.
E’ lo spazio per avere in testa delle immagini fuori dalla lista di quelle fotografate, fuori dalla lista ancora più lunga di quelle impresse negli occhi. Questo è lo spazio per le immagini pensate appena rientrato a casa. Il tempo giusto per dire tre grazie, perchè ogni tanto ci vogliono anche quelli.
Una delle immagini, forte e splendente, appare mentre tocco il letto di camera mia. So che nello stesso istante c’è una ragazza che passa il confine tra Laos e Cambogia (o qualcosa di simile). Quella maledetta fanatica del “prendere e andare” ha gli occhi stracolmi di storie che forse io non vedrò mai. Sono grato a lei per quei passi sulla linea invisibile di paesi così lontani che nemmeno so immaginarmeli. Le sono grato perchè i suoi passi contagiano. Sono passi buoni da tenere a mente. Lo sono stati e lo saranno.
Un’altra immagine riguarda la destra e la sinistra del mio viaggio: Nick e Giò. Uno intento a riguardarsi uno ad uno gli scatti (spettacolari) fatti in viaggio e a disfare la valigia piena ancora dei vestiti di tutti e tre e l’altro intento a sbarcare da un altro volo, l’ennesimo, che l’ha portato in cerca di risposte e di altre domande per il futuro, che di domande nuove non ne ha abbastanza. A loro, quella destra e quella sinistra, sono grato perchè oltre che amici sono anche gambe per me. Lo sono stati e lo saranno.
L’ultima immagine riguarda una donna. Qui nessuno la conosce. Non la conosco neanch’io. Ne so il profumo come si sa una cosa da sempre, una che impara l’istinto prima dei sensi. A quella donna sono grato perchè se mai ad un uomo è concesso di innamorarsi di qualcosa che non sia lei, com’è stato questa volta per me, lo devo al fatto che ancora, lei, non l’ho incontrata. Le dico grazie per la pazienza perchè per me è ritmo della felecità. Lo è stato e lo sarà.
Vins
cos’altro posso dire… abbassate il volume del mondo quanto basta e cliccate su play.
Ho aspettato qualche giorno. Per capire se fosse vero quel mio senso di mancata-percezione. Parlo del post qui sotto. E dei relativi commenti. Cioè, leggo, rileggo, ma ne perdo il senso. Non mi arriva la speranza, non il dolore. Non mi arriva l’inverno. Che uno quasi quasi direbbe “buono no?. Meglio se non ti arriva l’inverno”. Non lo so. Non è poi così buono se non succede per colpa di come sono scritte le cose ma per colpa delle cose in sè. Voglio dire Agatella come sempre scrive da 5 stellette sulla fiducia, gliele metteresti già solo per il titolo. No, qui il problema mi sa che sono io. E le stellette poche o tante che siano non servono a chiarire la questione.
E’ come se aspettassi che qualcosa accendesse l’intuito, aprisse la porta delle idee. Nel frattempo i pensieri si susseguono senza ordine, senza alcuna pressione, in uno strano limbo di serenità che assomiglia più a un imperturbabile andare dove soffia il vento. Stupidaggini e cose serie, filosofia e “anatomia dei culi per strada” si alternano prive di qualsiasi obiettivo. Se una cosa o una persona non mi sta bene la evito e tanti saluti. Se un’altra mi piace me la prendo. Cadono i sogni o le aspirazioni. C’è solo l’attimo. E di nuovo qualcuno dirà: “buono no?”. No. Non lo è. Boo? non lo so. Forse si invece.
Intanto è circoscritto agli ultimi giorni, all’ultimo paio di settimane magari, però vedo la bellezza e non riesco a entrarci dentro per più di qualche minuto. Io, proprio io che tra ozio e contemplazione vivo di continuo. Non piango nè col caldo, nè col freddo. Nè dentro, nè fuori. Non piango e basta. L’auto-lavata di capo l’ho fatta da un pò. Forse sto solo aspettando che si asciughi. Ecco, l’ho trovato, forse è questo il problema, sto aspettando senza aspettare davvero e nel frattempo tutto quanto si confonde in un minestrone di debolezza fisica da mancanza di vitamine e risatine senza pretese mangiando un altro kebab in via Borsieri, alla fine di un’altra domenica, alla vigilia di un’altra settimana.
Stamattina con tutta questa pioggia scende dal cielo una specie di acido che lava via lo smalto di cui siamo vestiti. E ce ne abbiamo, tutti quanti. Vedo gli occhi assonnati dei miei colleghi, l’infelicità della gente. Vedo il mio riflesso indurito sul finestrino buio del metrò e niente di tutto questo ha davvero un motivo per essere così com’è. Eppure è.
I giorni del teatro. Arrivano e capisci che è iniziato l’inverno. Se non basta Nick ricorda pure che domani cambia l’ora così il prossimo lunedì alle 4 del pomeriggio qui a Milano sarà notte. Lo sentiamo arrivare quest’inverno. Ma oggi, in questo sabato, in questa giornata che ancora sembra essere colorata di primavera un pensiero del genere non ci spaventa. Lo so che non ci spaventa. Lo vedo nei fondi di questo tè offerto da La Lu e Leo.
Negli ultimi giorni nel blog ho letto scontri accesi, ideologie difese fino allo strenuo delle forze. Fino a stremare gli altri ma forse e soprattutto se stessi e la propria identità. Alle volte per difendere un’idea da chi non è d’accordo ci convinciamo che sia giusta ben oltre quanto l’idea stessa meriti. E quando succede capisci che forse stai esagerando, che qualsiasi cosa per cui saresti disposto a urlare in faccia al tuo migliore amico non vale abbastanza, non quanto la sua voce che ti chiama al telefono, una sera infrasettimanale, ti chiede: “come stai?” e poi incomincia con una spataffiata di stronzate senza alcuna pretesa se non quella di stare bene. Almeno per dieci minuti, senza ragioni per nessuno. Solo stare bene, senza richieste, senza impegni nei confronti dell’altro.
Qualcuno pensa che qui, in questo blog si parli e basta, si sogni ad occhi aperti. E basta. Che tante parole siano scritte bene ma lette male nella vita di tutti i giorni. Si è così. Lo è. Per me almeno lo è spesso. E sono pronto al giudizio di chi si firma con un nome e anche di quello di chi un nome non ha voglia di averlo. Non pretendo e non chiedo a nessuno di cambiare i propri sogni, nè voglio spiegare quali siano i modi migliori per inseguirli. Nemmeno se debbano davvero inseguirli o limitarsi a sognare. So solo che le parole di ognuna delle persone che scrive qui dentro sono una specie di tesoro e so che tutte quelle parole mi fanno stare meglio di come starei senza.
Per cui siate noiosi, estrosi, ermetici e come cavolo vi pare. Siate voi. Ma siate, come una telefonata alle 8 di sera. Per 10 minuti di stronzate.
Vins
E una canzone che credo non ci sia momento migliore per condividere.
Stamattina mi sono svegliato, e fin qui tutto regolare dal momento che ai vivi capita più o meno spesso. Poi mi sono alzato dal letto, e già questo ha comportato, di suo, uno sforzo molto meno naturale del primo, nonostate fosse venerdì. Pantofole ai piedi vado in bagno, mi lavo, mi pettino, mi vesto… esco. Al terzo passo a terra fuori dal portone del mio palazzo sento un’incredibile e prepotente puzza di merda.
Si, di merda. Non letame, cacca, fogna. No: MERDA.
Ho pensato: “cazzz… iniziamo bene!”. Ma poi: “coraggio Vins, è venerdì, manca poco e poi domani il concerto di Erica, gli amici, le risate e l’imprevedibile che è sempre in agguato”.
Ma gli incoraggiamenti a volte non servono. Arrivo in ufficio e qualcuno ritiene doveroso interrompere la normale, ma imbrigliata, frenesia del mio lavoro sbattendomi in faccia quanto possa essere schifoso l’essere umano, se ci si mette. Quel qualcuno ci si è messo. Proprio non si rassegna all’idea che senza anima finirà per condannarsi a vivere i suoi giorni in un mare di droghe ed echi di profumi persi. Non si rassegna e deve passare sul cadavere di qualcun altro che invece un’anima ce l’ha, che crede in un paio di stupidi valori sui quali ha scommesso troppe lacrime e troppo dolore per dire: ok, non serve amare il mondo, adesso cambio strada.
E la puzza di merda torna nella mia testa e penso che tutto adesso è chiaro. “Ecco cos’era”. Tiro un sospiro, lo faccio sempre quando la vita risponde alle domande.
“E così sia”. Dico. Lascio andare la gente povera che non vuol’essere altro. Ha il diritto di non esserlo. Lontano da me però. Loro, puntini di maggioranze scandalose e vacue. Loro che corrono a prendere una metropolitana anche quando non vanno di fretta, che sono in aeroporto con la borsa porta pc e mai con lo zaino in spalla e gli occhi che brillano.
Loro, quello stile da gente che sa stare al mondo, non mi avrà. E così oggi scanso la sporcizia con la quale provano a imbrattare le pareti di camera mia e, se proprio il bianco non è più di moda, lo sceglierò io il colore buono.
Una tinta piena che in questo venerdì pomeriggio è fatta di una storia letta (male) davanti a quindici amici tutti li ad aspettare che dica la mia, alla mia maniera. Letta con di fianco uno dei miei soci (la band), uno di quelli che come me crede ancora nelle cose pulite, nei sogni da bambino, nei per sempre. Uno della minoranza.
Oggi avrei voluto raccontare di un ROSSO Intenso e non della puzza di merda sentita al terzo passo fuori di casa. Ma senza puzza di merda forse non avrei scelto il colore nuovo. Tra un pò tiro fuori i rulli.