A tutte le donne … per questa giornata così tanto sentita da alcune e così poco da altre.
A quelle che stasera avranno finalmente un motivo per lasciare a casa i propri mariti panzoni e andare a vedere uno spettacolo di spogliarello maschile
Alle quote rosa,
A quelle che sognano di fare il presidente del consiglio o la velina… tanto sempre spettacolo è…
A quelle che lavorano più degli uomini e a quelle che invece di competere con gli uomini da loro si fanno mantenere,
ma anche e soprattutto …
A lei, che dalle 9.00 di stamattina fino alle 18.00 di stasera farà starnuti a ripetizione perchè in ufficio, cazzo, nessuno l’ha ancora capito, dopo anni, che è allergica al polline e continua a farle trovare puntualmente un mazzo di mimose sulla scrivania. ma come fa a dirglielo? è l’unico gesto carino che hanno la decenza di rivolgerle.
A tutte loro una canzone che parla di donne… e ne svela intimamente la bellezza… si insomma più o meno…
Il webmaster nonchè fondatore di “questo cazzo di blog” (cit.) ha dichiarato in una nota sintetica diffusa in mattinata:
“ringrazio anzitutto Giò essenzialmente per una cosa, per aver citato ottomilionisettemilacinquecento volte (centinaio più, centinaio meno) il mio nome nel suo post precedente. Storicamente una cosa così non era mai successa nè, presumo, mai ricapiterà. Dunque mi godo il momento di fama e vado a verificare se, viste tutte le occorrenze del mio nome, questo blog da domani venga fuori al primo posto in google quando si scrive la parola “VINS”.
Ok, smarcata la parte seria del mio intervento procedo a commentare i contenuti dell’intervento del mio amico fraterno. Ci tengo a fare un chiarimento. Qui, per quanto mi riguarda, nessuno chiede autorizzazzioni a nessuno per scirvere un post. Cazzo! (intercalare che simboleggia decisione) per me l’opinione degli altri è una cosa sacra, non faccio il censore o il sommo sacerdote che ha la verità in mano (anche se spesso credo di avercela, perchè sono supponente di natura).
Io, piuttosto, ho sempre e solo chiesto a tutti voi – amici e compagni di blog – di inserire i vostri post in bozze in modo che poi ne distribuissi la pubblicazione nei giorni migliori evitando sovrapposizioni. Era solo una questione pratica di fruizione e mai di contenuto in sè. Non ho mai (o quasi) letto un post prima che andasse online a dimostrazione che se in disaccordo con quanto espresso preferisco dirlo dopo, nei commenti e non prima dicendo “non lo pubblico”. Per cui quando Giò, dimostrando uno scrupolo e un rispetto anche più elevato di quello che gli richiedo, mi ha chiesto se poteva pubblicare il suo post su tematiche politiche l’unica cosa che gli ho SUGGERITO era di inserire qualche riga sua personale in modo che non risultasse un mero copia e incolla di un comunicato stampa ma che fosse una notizia comunicata in maniera da esprimere un punto di vista.
Qualcuno dirà: ma è un punto di vista “schierato” rispetto a un concetto già schierato di per sè. Certo ma è proprio questo che vorrei sempre, che emerga la personalità di ognuno il più possibile, altrimenti questo blog non serve a niente. Personalmente potrei andare a leggere le notizie sul corriere.it o su fonti più attendibili no? Qui dentro non voglio essere neutrale, non voglio che lo siate voi, non è un tavolo professionale per cui abbiamo l’obbligo di lasciare a casa le nostre opinioni e concentrarci sull’obbiettivo del profitto. Qui si può essere in disaccordo. Questa è la vita, CAZZO, non è un corso di bon ton nè di SVIZZEROLOGIA. Volete dire il contrario di quello che dice qualcuno: Ditelo. Volete dirgli che è un cretino: Diteglielo. Volete dirgli che non deve politicizzare il blog: ditegli anche questo ma fatelo qui dentro, arricchirete della vostra amata democrazia questo posto anzichè soltanto una chiacchierata esterna tra 3 persone e in più conferireste al blog quello che davvero sarebbe bello diventasse un punto di incontro con personalità diverse e sfaccettate piuttosto che la creazione a immagine e somiglianza di Vins (che peraltro ha un blog suo e la sua identità la esprime già in quello).
Infine, e chiudo la solfa, sul concetto che su questo blog non parliamo di politica la mia visione è molto poco mediata e mediabile, nel senso che per me in ogni cosa che scriviamo stiamo parlando di politica, semplicemente non parliamo di partiti o personaggi politici, ma sticazzi… credete sia questa soltanto la politica? Ecco se pensate sia questa allora spiegatelo alla gente che mi dice che sono di sinistra senza aver mai letto nulla scritto da me che parli di vendola o del pd o di rifondazione o di marx ma solo post “esistenziali”…. almeno la smettono di rompermi i coglioni (che poi nessuno abbia ancora capito un cazzo di me perchè io non sono di sinistra ma anarchico… questo è un altro discorso. Ma il mio intervento è già troppo lungo così.)
Penso alle luci che si riaccendono. Ai titoli di coda scappati via fino all’ultimo.
Rilassato eppure con la sensazione di aver puntato mani e piedi sulla sedia. Come a non volermi muovere, perchè di muovermi di fatto non ne ho voglia. Fa una specie di pulizia. Il cinema intendo.
Duecento persone, quattrocento… mille… eppure quando il film inizia in quello stanzone buio ci sei solo tu e per due ore, portaputtana, nessuno chiede, nulla succede eppure succede tutto: ridi, accelera il cuore, piangi come un tempo piangeva qualcuno che hai scordato, i sogni vanno, desideri qualunque cosa. Ti basta, sei al sicuro, per quelle due ore. E’ così ogni volta.
Io sto per conto mio, quasi sempre. Come se quelle luci non si riaccendessero alla fine del film. Tante volte sto per conto mio anche quando sto con gli altri e qualcuno se ne accorge, credo, molto più di quello che da a vedere. Non ho mai capito se sono circondato da amici educati o amici rassegnati al mio essere così. O forse se ne fregano e basta.
Insomma, non sono l’amico migliore che si possa desiderare di avere. Lo so. Se qualcuno lo pensa ha sopravvalutato il mio altruismo. Se qualcuno lo spera, perde tempo. Se qualcuno crede che stia facendo la vittima si sta facendo fregare dall’esca.
So di provarci a essere amico di qualcuno e che nei vostri giorni più difficili, quando la merda sembra non darvi respiro ho solo la pazienza per fare una cosa. Portarvi in alto, su una scogliera, davanti ad un alba e, arrogandomi il diritto di averla dipinta io, quell’alba, dirvi: “ecco, vedi questa davanti è la bellezza, li sotto invece tutto finisce. Adesso se hai i coglioni scegli”. Io, da amico, so solo sfidarvi. Anche quando di forza per accettare la sfida non ne avete.
Stasera tutti sono a un concerto che pare essere irrinunciabile. Io invece, adesso, sono in questa camera. Per me così irrinunciabile non lo era. Ho una specie di urgenza. Una grande, da valere la tv spenta e poca musica alternata al silenzio sullo sfondo.
Sulla scogliera, là in alto, stasera mi ci sono portato da solo, dimenticandomi che a quest’ora non c’è nessuna alba di cui vantarmi. Poco da scegliere.
Eppure nel momento stesso in cui mi rendo conto che non ci sono sorprese, che la bellezza è finita e forse sono il peggior amico persino per me stesso una ragazza, dal nulla, mi scrive qualcosa. Una cosa semplice, tipo: “ciao”. Era di un’estate di sette anni
fa, l’ultimo ricordo. Lei dice di avermi pensato, qualche volta. Mi racconta, dice di aver vissuto. Sono certo l’abbia fatto. Dice di amare De Andrè. Le rispondo che sto sorridendo. Lei non capisce cosa esattamente intenda. Non l’ha vista ma c’è: l’alba.
Per compensare l’ammorbamento intimista dovuto al post di ieri la redazione propone un’ulteriore riflessione sul limbo che attanaglia molti di noi in ogni inverno della vita… e pure in altre stagioni.
Vins, in quell’altro mood
p.s.: grazie a lello, domenico, agatella e antonio per lo scambio mail di oggi, almeno so che internet vi funziona ancora
E’ tutto un limbo. Limbo strano però. Tutto si muove e resta fermo. Tutto cambia senza mai cambiare veramente. E in questo limbo, da qualche settimana, ci è finito pure questo blog.
Post di qualcuno, commenti, sparuti, di qualcun altro. Mi chiedo se sia il freddo. Si, forse effettivamente è il freddo. Dev’essere quello. Non posso credere che ognuno si sia scelto il silenzio come salvezza per questa stagione.
Sono successe cose che hanno stravolto la vita di qualcuno, altre che invece la vita di qualche amico l’hanno cambiata piano piano fino a renderla poco riconoscibile a noi che gli siamo attorno e forse anche a sè stesso.
Sono successe cose che qui dentro, tra questi milioni di righe scritte di getto o pensate a lungo, nessuno troverà mai perchè è vero che non tutto può essere scritto e che non tutto vuole essere scritto. E così, in questo silenzio che insiste ci stiamo muovendo lo stesso, in punta di piedi, con calzini spessi per non sentire il pavimento freddo, parlando ognuno con il confessore che si è scelto, ognuno attento a guardarsi dietro per essere certo di non essersi perso la propria ombra.
E’ quando inizi a desiderare che scoppi improvvisa la primavera che forse il sangue ritorna a girare nelle vene, la mano a formicolare, gli occhi a scrivere. E via dal limbo. E io spero che da quella parte, qualcuno di voi abbia già iniziato a farlo. Ne verremo fuori, nel bene e nel male.
Così, con un paio di puntine al posto giusto, questo 31 dicembre stende in cielo un tappeto azzurro di quelli che proprio finirai per ricordarli per tutta la vita. Colpisce la tela con due pennellate di bianco, diciamo pre-impressionista, così che l’aria sopra i campi arati e i vigneti dia l’idea di un respiro mosso, della fine di un’apnea. Poi, per concludere in bellezza, ci mette al centro un sole assurdo, uno di quelli che vista la giornata sembrerebbe conseguenza logica ma visto il calendario quasi spaventa .
Finisce così quest’anno. Con una promessa dal cielo.
E che sia reale o figlia di una fantasia io la promessa me la prendo. E pure il caldo sul viso che resta una specie di carezza, una cura a qualunque male.
Va via l’anno in cui lascerò la fine di un’altra storia d’amore. Una storia che non dimenticherò ma con un epilogo da pessimo romanzo rosa. Mi lascio dietro l’anno di due amicizie nuove e importanti, di una ritrovata e di altre che fanno più intensi i sorrisi, quelle invece me le porto dietro perchè ispirano parole d’argento.
C’è stata un’isola nelle baleari e un cammino d’agosto verso una terra che si chiama “noi”, mi porterò insieme anche quei passi di sfida all’insolazione, al dolore, alla stanchezza e a tutti quelli che non hanno capito di che pasta siamo fatti. “Dall, Raf, dall”.
In archivio ci finisce pure un altro incredibile viaggio, quello in Marocco quando il trio ha toccato un’altra volta il cielo, un cielo più alto dei 9.000 metri di quota in cui viaggiava l’aereo, quando il Marrakech Express della mia infanzia ha smesso di essere solo un film diventando vita, parole e occhi pieni.
Si chiude l’anno dei concerti al Jet Cafè, delle cene a casa di Nick, dei bomboloni e pizza alle due di notte a Cologno Monzese. Si chiude un anno di lontananza marcata con Giò, distanza che si è sbriciolata nella stretta di un abbraccio, come sempre.
Due ore fa sdraiato su una panchina della stazione di Barletta, culo fresco sulla pietra e viso caldo al sole, ho espresso un desiderio che ora, all’altezza di Pescara, mi torna in mente. Ho sperato che il treno non arrivasse mai più. Non per voglia di restare, non per paura di tornare.
Solo per tirare più a lungo possibile avanti questo attimo lungo di emozioni che è stato l’anno appena trascorso.
Forse non c’è da essere euforico per un amore che finisce, per una strada assolata, per amicizie perse, per altre che sono più lontano di quanto vorrei e altre ancora contorte e difficili, per i baci rubati nelle notti invernali.
Forse non c’è nemmeno da essere poi tanto felice di aver risalito le solite tre scalette del treno e di questo rumore di ferro che scivola via su altro ferro e mi porta verso una vita che potrebbe essere tanto migliore di com’è.
Di certo, sicuro e intoccabile c’è che alla fine di quest’anno so che malgrado debba stringere gli occhi in una smorfia che sembra un sorriso dolorante il sole riesco ancora a guardarlo dritto in faccia. Servono a questo le lacrime credo: a non restare ciechi di fronte a tanta luce, a tanto viaggiare.
Ragazzi, il cielo ha promesso. I sogni non bastano mai.
Alzo lo sguardo. Un orologio digitale che fino a qualche mese fa non c’era, lampeggia in rosso: “1:07″.
Poi dice: “+15°”.
Infilo nell’asola il secondo bottone del cappotto, poi anche il primo. Non fa veramente freddo. E’ il 25 Dicembre, solo 3 giorni fa camminavo nel gelo e scivolavo sulla neve diventata ghiaccio di Milano, eppure oggi, qui, non fa freddo. Un attimo e cambia tutto. In meglio, in peggio. Ma cambia. Un attimo.
Mi abbottono solo per sentirmi più compatto. Pronto a correre, se ce ne fosse bisogno, senza nessuna resistenza dell’aria. A lanciarmi con gli occhi chiusi senza impigliarmi a niente. Le emozioni arrivano sempre ad ondate. La felicità poi, non ne parliamo. A noi tocca rassegnarci e vivere sapendo che qualcosa, di tanto in tanto, ci travolgerà e che in quel momento dovremo essere abbastanza aerodinamici.
In questo momento una pelle d’oca leggera mi prende le braccia e sale lungo la schiena, fino al collo. Non ci sono miracoli nella mia vita, ora. Nessun evento eccezionale che non sia la visione generale del tutto, di chi sono, di quello che faccio. Delle parole che ho nelle mani e solo li e mai troppo a lungo nella testa.
Tanti giorni ho l’impressione che la vita scorra via e io non ne navighi mai abbastanza, che mi accontenti appena di una parte, forse quella più facile. Ma oggi no, è diverso. Non è perchè è Natale. Nemmeno perchè la musica nelle orecchie di questa nottata a piedi rende tutto più romantico (anche se in effetti lo rende). E’ perchè questa città, queste strade deserte, dopo tanto tempo tornano a sembrarmi casa, anche nel loro essere imperfette e bucate dalla mancanza di poesia di chi le abita. Ma a quest’ora le anime pigre sono da un’altra parte. Non c’è traccia di loro in questi metri dal pub a casa dei miei. Qui ci sono io e la mia mente è libera di coprire ogni centimetro senza dover chiedere il permesso al sistema di valori che qui va per la maggiore ma che con me non ha mai c’entrato granchè.
Oggi so che non tornerò. Nonostante la serata ad esaltarsi insieme a Giò per un’intesa che, porcaputtana, non abbiamo mai perso. La stessa che ci fa divertire talmente tanto da perdere di vista che magari siamo in un posto perchè ci stiamo provando con qualcuna. La stessa che mette entrambi al sicuro dalle proprie “carogne”, almeno per 4 ore al giorno.
Oggi so che non tornerò. Nonostante sia invaso dal profumo dell’aria che porta con se il mare e la terra di qui, quella che non potrei mai scambiare con nessun’altra aria di isola delle Baleari o di Souk del Marocco.
Oggi so che non tornerò, e tre. Nonostante i parenti, i ricordi, le passeggiate, la sensazione di avere tutto sul palmo di una mano.
Oggi però so anche un’altra cosa. So che io, qui, in questi metri, ancora ci sono. Ancora sono capace di sentire il sangue che gira in modo diverso dentro. E questo è quanto. Questo è abbastanza per concludere una serata così dicendo: “esisto”.
Due minuti fa ho detto: “nessun evento eccezionale che non sia la visione generale del tutto”. Mi pare che quest’ora di lampioni gialli, silenzi cantati e passi lenti, sia già diventata più esaltante di quanto pensassi all’inizio. Ecco perchè la pelle d’oca.
Io in dio non ci credo nemmeno oggi, anche se è Natale. Ma, non so perchè, lo ringrazio comunque, e continuo a camminare perchè è questo che so fare. Mi prendo queste ondate di pensieri, emozioni, felicità. E’ tutto gratis. Cazzo, è la parte migliore della vita e pochi se ne sono accorti. A voi l’ondata di parole. Gratis anche questa.
- Vins – mi dico – non è che i tuoi fan se ne avranno a male? Datti una svegliata. Compiacili. Accontentali.
Puf.. appare il grillo parlante sulla mia spalla e anche lui esordisce con un:
- Vins.
- Eh – gli rispondo
- non ce ne hai di fan!
- Ah.
cazzo, a volte la realtà si confonde con l’immaginazione e non lo sai bene dove finisce una e inizia l’altra.
Cioè tipo, oggi, giusto per fare un esempio, mica lo so cosa è stato vero e cosa no. So che fa talmente tanto freddo che il cervello deve essersi parzialmente congelato e funziona solo quando e come gli pare a lui. Diciamo che per diverse cose è come vivere a memoria, per altre invece, come una continua improvvisazione.
Nonostante alcuni atteggiamenti e tentativi di ordinarmela, questa esistenza mi scappa di mano. Continuamente. Sono anni che, appena messi dieci passi uno di seguito all’altro, all’undicesimo vado fuori pista. Come il Bufalo che “scarta di lato” della canzone di De Gregori. Al contrario della locomotiva scivolo via in disegni strani. In vortici che somigliano ai disordini di Mirò.
Pensavo: ma se quella gran faccia da culo di George Clooney si salva dal pianoforte che precipita dal quarto piano, perchè lui, insomma, è pur sempre il più figo, io, perdente in partenza in questo confronto cosa dovrei aspettarmi? Beh, forse, in effetti io stasera al San Pietro-John Malkovich non ho nemmeno poi così tanta voglia di chiedergli di rimandarmi indietro. Anzi, fanculo al negozio delle macchine del caffè, mi dico:
- Vediamo cosa viene fuori da queste linee strane. Da queste nuvole. Magari è davvero un’opera d’arte.
- Viiiiins..!
- caaazzooooo, griLLo, è quasi mezzanotte, non rompere i coglioni!
Questo non è un post sul viaggio in Marocco. non è un racconto dei cinque giorni a Marrkech. Arriverà anche quello fra un pò, credo. Ma non è in queste righe che lo troverete.
Questo è uno spazio bianco. Un’intercapedine tra il prima e il dopo.
E’ lo spazio per avere in testa delle immagini fuori dalla lista di quelle fotografate, fuori dalla lista ancora più lunga di quelle impresse negli occhi. Questo è lo spazio per le immagini pensate appena rientrato a casa. Il tempo giusto per dire tre grazie, perchè ogni tanto ci vogliono anche quelli.
Una delle immagini, forte e splendente, appare mentre tocco il letto di camera mia. So che nello stesso istante c’è una ragazza che passa il confine tra Laos e Cambogia (o qualcosa di simile). Quella maledetta fanatica del “prendere e andare” ha gli occhi stracolmi di storie che forse io non vedrò mai. Sono grato a lei per quei passi sulla linea invisibile di paesi così lontani che nemmeno so immaginarmeli. Le sono grato perchè i suoi passi contagiano. Sono passi buoni da tenere a mente. Lo sono stati e lo saranno.
Un’altra immagine riguarda la destra e la sinistra del mio viaggio: Nick e Giò. Uno intento a riguardarsi uno ad uno gli scatti (spettacolari) fatti in viaggio e a disfare la valigia piena ancora dei vestiti di tutti e tre e l’altro intento a sbarcare da un altro volo, l’ennesimo, che l’ha portato in cerca di risposte e di altre domande per il futuro, che di domande nuove non ne ha abbastanza. A loro, quella destra e quella sinistra, sono grato perchè oltre che amici sono anche gambe per me. Lo sono stati e lo saranno.
L’ultima immagine riguarda una donna. Qui nessuno la conosce. Non la conosco neanch’io. Ne so il profumo come si sa una cosa da sempre, una che impara l’istinto prima dei sensi. A quella donna sono grato perchè se mai ad un uomo è concesso di innamorarsi di qualcosa che non sia lei, com’è stato questa volta per me, lo devo al fatto che ancora, lei, non l’ho incontrata. Le dico grazie per la pazienza perchè per me è ritmo della felecità. Lo è stato e lo sarà.
Vins
cos’altro posso dire… abbassate il volume del mondo quanto basta e cliccate su play.
Ho aspettato qualche giorno. Per capire se fosse vero quel mio senso di mancata-percezione. Parlo del post qui sotto. E dei relativi commenti. Cioè, leggo, rileggo, ma ne perdo il senso. Non mi arriva la speranza, non il dolore. Non mi arriva l’inverno. Che uno quasi quasi direbbe “buono no?. Meglio se non ti arriva l’inverno”. Non lo so. Non è poi così buono se non succede per colpa di come sono scritte le cose ma per colpa delle cose in sè. Voglio dire Agatella come sempre scrive da 5 stellette sulla fiducia, gliele metteresti già solo per il titolo. No, qui il problema mi sa che sono io. E le stellette poche o tante che siano non servono a chiarire la questione.
E’ come se aspettassi che qualcosa accendesse l’intuito, aprisse la porta delle idee. Nel frattempo i pensieri si susseguono senza ordine, senza alcuna pressione, in uno strano limbo di serenità che assomiglia più a un imperturbabile andare dove soffia il vento. Stupidaggini e cose serie, filosofia e “anatomia dei culi per strada” si alternano prive di qualsiasi obiettivo. Se una cosa o una persona non mi sta bene la evito e tanti saluti. Se un’altra mi piace me la prendo. Cadono i sogni o le aspirazioni. C’è solo l’attimo. E di nuovo qualcuno dirà: “buono no?”. No. Non lo è. Boo? non lo so. Forse si invece.
Intanto è circoscritto agli ultimi giorni, all’ultimo paio di settimane magari, però vedo la bellezza e non riesco a entrarci dentro per più di qualche minuto. Io, proprio io che tra ozio e contemplazione vivo di continuo. Non piango nè col caldo, nè col freddo. Nè dentro, nè fuori. Non piango e basta. L’auto-lavata di capo l’ho fatta da un pò. Forse sto solo aspettando che si asciughi. Ecco, l’ho trovato, forse è questo il problema, sto aspettando senza aspettare davvero e nel frattempo tutto quanto si confonde in un minestrone di debolezza fisica da mancanza di vitamine e risatine senza pretese mangiando un altro kebab in via Borsieri, alla fine di un’altra domenica, alla vigilia di un’altra settimana.
Stamattina con tutta questa pioggia scende dal cielo una specie di acido che lava via lo smalto di cui siamo vestiti. E ce ne abbiamo, tutti quanti. Vedo gli occhi assonnati dei miei colleghi, l’infelicità della gente. Vedo il mio riflesso indurito sul finestrino buio del metrò e niente di tutto questo ha davvero un motivo per essere così com’è. Eppure è.
I giorni del teatro. Arrivano e capisci che è iniziato l’inverno. Se non basta Nick ricorda pure che domani cambia l’ora così il prossimo lunedì alle 4 del pomeriggio qui a Milano sarà notte. Lo sentiamo arrivare quest’inverno. Ma oggi, in questo sabato, in questa giornata che ancora sembra essere colorata di primavera un pensiero del genere non ci spaventa. Lo so che non ci spaventa. Lo vedo nei fondi di questo tè offerto da La Lu e Leo.
Negli ultimi giorni nel blog ho letto scontri accesi, ideologie difese fino allo strenuo delle forze. Fino a stremare gli altri ma forse e soprattutto se stessi e la propria identità. Alle volte per difendere un’idea da chi non è d’accordo ci convinciamo che sia giusta ben oltre quanto l’idea stessa meriti. E quando succede capisci che forse stai esagerando, che qualsiasi cosa per cui saresti disposto a urlare in faccia al tuo migliore amico non vale abbastanza, non quanto la sua voce che ti chiama al telefono, una sera infrasettimanale, ti chiede: “come stai?” e poi incomincia con una spataffiata di stronzate senza alcuna pretesa se non quella di stare bene. Almeno per dieci minuti, senza ragioni per nessuno. Solo stare bene, senza richieste, senza impegni nei confronti dell’altro.
Qualcuno pensa che qui, in questo blog si parli e basta, si sogni ad occhi aperti. E basta. Che tante parole siano scritte bene ma lette male nella vita di tutti i giorni. Si è così. Lo è. Per me almeno lo è spesso. E sono pronto al giudizio di chi si firma con un nome e anche di quello di chi un nome non ha voglia di averlo. Non pretendo e non chiedo a nessuno di cambiare i propri sogni, nè voglio spiegare quali siano i modi migliori per inseguirli. Nemmeno se debbano davvero inseguirli o limitarsi a sognare. So solo che le parole di ognuna delle persone che scrive qui dentro sono una specie di tesoro e so che tutte quelle parole mi fanno stare meglio di come starei senza.
Per cui siate noiosi, estrosi, ermetici e come cavolo vi pare. Siate voi. Ma siate, come una telefonata alle 8 di sera. Per 10 minuti di stronzate.
Vins
E una canzone che credo non ci sia momento migliore per condividere.
Stamattina mi sono svegliato, e fin qui tutto regolare dal momento che ai vivi capita più o meno spesso. Poi mi sono alzato dal letto, e già questo ha comportato, di suo, uno sforzo molto meno naturale del primo, nonostate fosse venerdì. Pantofole ai piedi vado in bagno, mi lavo, mi pettino, mi vesto… esco. Al terzo passo a terra fuori dal portone del mio palazzo sento un’incredibile e prepotente puzza di merda.
Si, di merda. Non letame, cacca, fogna. No: MERDA.
Ho pensato: “cazzz… iniziamo bene!”. Ma poi: “coraggio Vins, è venerdì, manca poco e poi domani il concerto di Erica, gli amici, le risate e l’imprevedibile che è sempre in agguato”.
Ma gli incoraggiamenti a volte non servono. Arrivo in ufficio e qualcuno ritiene doveroso interrompere la normale, ma imbrigliata, frenesia del mio lavoro sbattendomi in faccia quanto possa essere schifoso l’essere umano, se ci si mette. Quel qualcuno ci si è messo. Proprio non si rassegna all’idea che senza anima finirà per condannarsi a vivere i suoi giorni in un mare di droghe ed echi di profumi persi. Non si rassegna e deve passare sul cadavere di qualcun altro che invece un’anima ce l’ha, che crede in un paio di stupidi valori sui quali ha scommesso troppe lacrime e troppo dolore per dire: ok, non serve amare il mondo, adesso cambio strada.
E la puzza di merda torna nella mia testa e penso che tutto adesso è chiaro. “Ecco cos’era”. Tiro un sospiro, lo faccio sempre quando la vita risponde alle domande.
“E così sia”. Dico. Lascio andare la gente povera che non vuol’essere altro. Ha il diritto di non esserlo. Lontano da me però. Loro, puntini di maggioranze scandalose e vacue. Loro che corrono a prendere una metropolitana anche quando non vanno di fretta, che sono in aeroporto con la borsa porta pc e mai con lo zaino in spalla e gli occhi che brillano.
Loro, quello stile da gente che sa stare al mondo, non mi avrà. E così oggi scanso la sporcizia con la quale provano a imbrattare le pareti di camera mia e, se proprio il bianco non è più di moda, lo sceglierò io il colore buono.
Una tinta piena che in questo venerdì pomeriggio è fatta di una storia letta (male) davanti a quindici amici tutti li ad aspettare che dica la mia, alla mia maniera. Letta con di fianco uno dei miei soci (la band), uno di quelli che come me crede ancora nelle cose pulite, nei sogni da bambino, nei per sempre. Uno della minoranza.
Oggi avrei voluto raccontare di un ROSSO Intenso e non della puzza di merda sentita al terzo passo fuori di casa. Ma senza puzza di merda forse non avrei scelto il colore nuovo. Tra un pò tiro fuori i rulli.