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Una specie di febbre

Posted by admin on ago 3, 2009 in Storie

E’ notte, e stanotte me ne viene in mente un’altra. Le notti da sveglio s’assomigliano come sorelle sfrattate di casa. Notti spettinate con rughe che segnano il volto. Rughe di malinconia. Le notti in cui il letto è sospeso. Una di qualche anno fa mi alzo dal letto e, cappuccio in testa, inizio a scrivere qualcosa di strano in preda a una specie di febbre. Sento la stessa febbre ora, tornata a vivere, riemersa dall’abisso dei sentimenti randagi. Ma stavolta fa troppo caldo per coprirsi. Lascio acceso il ventilatore a tutte le ore. Allevia.

Per un momento mi compare davanti il mare, quello notturno che culla la luna sotto un tappeto di stelle. L’estate che ancora non ho visto. Poi l’immagine scompare. E’ solo un principio di domani. Oggi ho il ghiaccio nel cuore, ma il caldo mi tormenta comunque tutto il resto, senza intiepidire. A volte è possibile tremare di freddo sul rogo che ti brucia.

Avrei dovuto fare la spesa. Oggi. Avrei dovuto fare tante cose ma ad ogni passaggio quelle cose si perdono come terreno che frana sotto il passo da scalata.
“Senza promesse” disse qualcuno per spiegare come fare a essere felici nella vita. “Senza promesse” però spesso è uguale a dire “senza sogni”. Così vivere felice è possibile solo se non aspiri ad esserlo. Mai, nemmeno per errore. E il cuore è sempre di ghiaccio. Sudo l’estate e il delirio di ogni stagione ha il sopravvento, quello dei compromessi che compromettono, dei fantasmi dei natali passati, di domande senza risposte fatte alla polvere dell’infimo albergo. E’ la storia che invade queste dita scavate dall’afa, dalle bollette scadute lasciate all’ingresso, dagli insetti che ammazzo in cucina. E’ una morte continua in cui l’anima s’accartoccia come le lamiere d’uno scontro frontale. Questa catastrofe finisce solo quando assesto la prossima. La febbre rincoglionisce.

Le labbra dure di chi disprezza la vita hanno solo baci pieni di dolore e mi chiedo se sia il dolore a mischiarsi alla saliva dell’amante o questa ad avere la meglio, addolcendo la pena. Buio. Le pale rispettano inesorabili il giro di giostra, arieggiano angoscia così non si posa e io sopravvivo. Li avverto a stento ma eccoli, ci sono attimi di presenza e pensieri smangiati. Capisco di esserci ancora.

Un alito di vento gonfia le tende che vestono il fantasma che mi fa compagnia. La febbre è quasi abitudine e scusa al non trovar risposte. Parlo da solo, di parole che la notte ingoierà nel suo buco nero. In bocca adesso sento l’amaro di medicina, cura alla disperazione. Ma sono pulito, non ho preso nulla. E’ invisibile questa cura.
Ad un tratto la polvere si alza e barcolla, pure lei, fin davanti ai miei occhi arrossati, attende un attimo, balena nell’aria ignorando correnti, mi guarda e mi parla con voce tinta d’inchiostro: “smetti di farneticare dentro l’albergo a ore, va a dormire in spiaggia e aspetta che il mare ti svegli”.

Sono le 4 e 22, mi vesto: bermuda, maglietta e una felpa che servirà da coperta. Dietro di me un letto sgualcito e il ventilatore ancora acceso. Vado verso la spiaggia, come per un appuntamento. Dormono anche i gabbiani a quest’ora. Quando il piede destro sente per primo la sabbia della pineta capisco che sono quasi arrivato. E’ buio ancora, il mare è li davanti ma ancora non riesco a vederlo. Inciampo in una radice e cado per terra. Sono troppo stanco adesso per rimettermi inpiedi, gli occhi si chiudono un attimo dopo questo pensiero.

E’ così che la notte, stanotte, sorella di tutte le altre notti, finisce. Alla soglia di occhi chiusi. Il resto è di un’altra vita, parole di un altro racconto.

Marlow

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