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Lo Shampoo

Posted by Agatella on ott 29, 2009 in Diario, Storie

È ufficiale, è iniziato l’inverno. Lo capisci dal bombardamento mediatico di jingle, voci e canzonette che capti tra uno zapping e un altro, paginoni di quotidiani con facce di sconosciuti che, diventano noti in meno di 24 ore, e la radio e tutte le homepage iniziano raccontare vite e gesta di Tizio, Caio e Sempronio. Allora, ti metti comodo e prepari l’arca perché, adesso, la pioggia di vacue informazioni si sommerà a tutti i pianti e gli isterismi dei vari Amici di Maria, delle storie strappalacrime dei concorrenti del Grande Fratello (perché se non hai un trascorso triste da sputtanare in tv, beh allora sei fuori), dei vecchi amori e gli incontri aspettati dietro a una busta, delle eliminazioni di promesse voci dalla, già colma, discografia italiana e delle corteggiatrici non scelte da buzzurri tronisti in striminzite camicie e petti glabri.

Lacrime inflazionate, pianti sottopagati alla mercé di occhi senza identità, sofferenza passata da far emergere nel momento opportuno. La vittoria del pietismo, la strumentalizzazione del dolore. Attori o meno, qui ci si ritrova, ad emulare atteggiamenti dannosi, dove il più furbo riesce a imbonirti con qualche sua esperienza apparentemente normale, ma romanzata con tutti i crismi eteromediatici, capaci di trascinarti nel vortice della compassione. E a volte, vorresti provarci pure tu. Immagini di sederti davanti a un professore, e improvvisamente, invece, della risposta a quella fottutissima domanda, gli racconti che gran periodo di merda che hai dovuto attraversare. Sei convinto che, almeno un cazzo di 28 glielo riusciresti a strappare. Mettendoci pure qualche lacrima, al 30 ci arrivi sicuro sicuro. Ma poi vedi che, non c’è nessun televoto da casa, allora concentrati e cerca d’alzarti da quella sedia, con almeno un diciotto. Se no, vedi poi come piangi!

Emozioni come il pianto, hanno bisogno di spettatori di un certo livello, non tutti possono capire per chi o per cosa stai lì ad inondare fazzolettini di acqua e sali. Non è una selezione che t’organizzi precedentemente, ma se improvvisamente, avessi questa voglia di emettere tutte quelle sensazioni negative, dovresti pensarci e custodirti, in un modo o in un altro, per vari motivi:

1. Se piangessi con rumorosi singhiozzi, in strada o in un locale pubblico, aspettati qualcuno che venga a dirti “tutto ok?” Allora pensi “No. Ma ti pare che se andasse tutto bene starei qui a disperarmi?” Invece ti limiti a dire di sì, o nell’ipotesi più remota e disperata, saresti in grado di abbracciare chiunque si sia premurato di avvicinarti… e non sempre è consigliabile.

2. Se piangessi col freddo, la tua faccia assumerebbe le sembianze delle Grotte di Castellana, stalattiti a iosa e un viso on the rocks. Dovresti fermare qualcuno per infilarti dentro il suo giaccone… e t’assicuro che, non sempre è consigliabile.

3. Se piangessi col caldo, il sole ti farebbe evaporare così velocemente i rivoli di lacrime che, ti attraversavano le guance, ottenendo due aloni biancastri lungo la faccia, da farti assomigliare a qualche personaggio manga. E prima che il tuo volto, diventi imperturbabile, per effetto pelleseccaeabucciad’arancia, dovresti fermare qualcuno per chiedergli una salviettina imbevuta che, di solito, tengono sempre le vecchine pettegole… e per ovvie ragioni, non sempre è consigliabile.

Ma se non ti curi affatto di questi tre punti, beh allora cerca di piangere di gioia, come farà un ragazzo appena vedrà suo nipote Mattia, come quel mio amico che non piangeva mai (non so se per una posizione ideologica o proprio perche non gli venisse), lo stesso che, qualche sera fa, un po’ trattenuto, mi confessò di aver pianto poche volte e che, nel mezzo delle emozioni c’ero pure io (io piansi appena varcata la porta), come quel tizio che adesso sta ascoltando Misread dal vivo, come quando salutai quell’altro, alla stazione, dopo tre giorni di sole, vento e di jazz, come quella cara amica che, ha rumorosamente riso con le lacrime, nel silenzio di un teatro meneghino.  Lacrime lasciate dentro qualche libro, nei capoversi delle poesie, tra i pentagrammi di alcune canzoni, tra i bordi di una fotografia, sui cuscini di un’estate che è andata, dentro le pellicole di quel film in bianco e nero e di quell’altro pieno di girasoli, tra i capelli della sua donna e Hospital Beds in sottofondo, tra i binari di treni in partenza, nei messaggi da rileggere in notti insonni e lacrime che svegliano le madri… e bambini che, come racconta Pessoa, non dicono “Ho voglia di piangere”, come direbbe un adulto, ma “Ho voglia di lacrime”.

E nel tormento, negli amori persi, nei dolori incontenibili, nelle paure disarmanti, è i quei momenti a volte così lunghi, così accidiosi, così stremanti, che occorrerebbe farsi una bella auto-lavata di capo e dire vado avanti, oppure scegliere una via alternativa e più semplice, provare a cambiare…  shampoo.

e quasi quasi, inizio anche io… 

                            

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E di nuovo cambio casa

Posted by Agatella on mag 20, 2009 in Diario, Storie

Il primo stato d’animo che registro, è quello

di una generica gratitudine nei confronti dell’esistenza.

Mi riferisco all’irruzione improvvisa della speranza.

Alla capacità di cogliere il senso di ogni atto che ti dà da vivere.

Al pensare al futuro come una cosa che non vedi l’ora che cominci.

(D. De Silva)

“Questo no, questo sì, questo è da buttare…”, inizia così, questa storia tra valigie e scatoloni. Scotch che imballa e comprime, conserva. Stessi movimenti dei precedenti traslochi, ma questo ha un sapore diverso, decisamente differente. Vado via da questa casa inesistente. Cambio casa.

Per terra, con le gambe incrociate, sfoglio diari iniziati, leggo cartoline mai spedite, conservo magliette e lettere, non brucio foto. Stacco poesie, dalle pareti, lasciando il segno, una scorticatura visibile, ma meno imponente di quella cicatrice che, bruciava con l’acqua salata.

Io continuo ad amarlo questo mondo. È la volontà che mi guida. Non so cosa mi aspetti, né dove andrò, chi mi accoglierà. Non mi importa. La materia del fulcro esterno non mi importa. So solo che adesso è l’ora.

E ritorno alla mia lista, e ci sono, ancora, le lacrime versate da sistemare, il passato pulito dentro gli armadi, e continuo, correndo in cucina, aprendo il balcone, prendendo quella pianta di serenità che, avevo seminato, e guardo orgogliosa il verde e il rosso della sua vita.

Le delusioni? Dove sono finite? Alzo la trapunta, dove sta ancora dormendo l’accidia, m’ha detto “vengo dopo, altri cinque minuti”, quindi, mi inginocchio e trovo la paura che, sta lì, tremante, che mi bombarda di domande: “Dove siamo? Dove andiamo? Hai finito? Sei sicura? Mi piaceva!” e io la prendo in braccio e mi accorgo di quanto piccola sia diventata, di come sembri fragile. È colma di innocenza e colpevolezza. Lo stesso sguardo dei bambini che, hanno conosciuto delusioni di fatti, ma non ancora di concetti e sentimenti. Occhi sinceri. La tengo per mano, per la prima volta, la paura. E sono con lei, ma priva di lei. Sorrido, s’acquieta. E poi, mi rigiro, nel vuoto delle stanze, immersa nel rimbombo dei passi. L’eco si risente. Le sensazioni sono scalfite in ogni angolo di questa casa, in ogni angolo che appartenga alla memoria, e quelle vissute per lui, sono dolorosamente piacevoli. E mi accorgo che, le delusioni asfissiano, da un pezzo, dentro scatole adiabatiche. Faccio dei buchi, per non farle morire, perché mi hanno insegnato e mostrato come va e come, a volte, sembra che debba andare. Implicita gratitudine.

Ed infine le illusioni, scappare da esse. Nessun tradimento né abbandono. Smetto d’esser fedele alle illusioni. Mi guardo le mani cercando un segno all’anulare. Vuoto tra le dita, e mi compiaccio di non avere nessuna relazione stabile con esse. Le lascio lì, sulla sedia, davanti alla finestra, a guardarmi mentre vado.

Mi rigiro. Tutto bianco, tutto nero in senso pieno e senso vuoto. Connessioni di luci, di lettere, di forme, a ricalcare correlazioni di pensieri, a ricercare, quell’inizio, ad aprire con questa fine, diretta alla finalità. Un inizio per raggiungere il proprio fine. E poi, la fine c’è sempre, è solo che diventa un altro inizio, a sua volta, con una fine diversa per una finalità alterata, perturbata. Un pensiero, un foglio di carta, un messaggio, saranno sempre loro stessi. La loro natura reale. Una fine alternativa li rende connessioni diverse, oggetti diversi, messaggi diversi. E dunque bisogna solo cambiar loro nome, posto, tempo. Guardarli, leggerli, presentarli, usarli, finirli in modo diverso. Già. Ed io sono pronta.

Se vi domandassero dove sono finita, dite loro che, non abito più in Via delle Storie Infinite…

Ed io…

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