Lo Shampoo
È ufficiale, è iniziato l’inverno. Lo capisci dal bombardamento mediatico di jingle, voci e canzonette che capti tra uno zapping e un altro, paginoni di quotidiani con facce di sconosciuti che, diventano noti in meno di 24 ore, e la radio e tutte le homepage iniziano raccontare vite e gesta di Tizio, Caio e Sempronio. Allora, ti metti comodo e prepari l’arca perché, adesso, la pioggia di vacue informazioni si sommerà a tutti i pianti e gli isterismi dei vari Amici di Maria, delle storie strappalacrime dei concorrenti del Grande Fratello (perché se non hai un trascorso triste da sputtanare in tv, beh allora sei fuori), dei vecchi amori e gli incontri aspettati dietro a una busta, delle eliminazioni di promesse voci dalla, già colma, discografia italiana e delle corteggiatrici non scelte da buzzurri tronisti in striminzite camicie e petti glabri.
Lacrime inflazionate, pianti sottopagati alla mercé di occhi senza identità, sofferenza passata da far emergere nel momento opportuno. La vittoria del pietismo, la strumentalizzazione del dolore. Attori o meno, qui ci si ritrova, ad emulare atteggiamenti dannosi, dove il più furbo riesce a imbonirti con qualche sua esperienza apparentemente normale, ma romanzata con tutti i crismi eteromediatici, capaci di trascinarti nel vortice della compassione. E a volte, vorresti provarci pure tu. Immagini di sederti davanti a un professore, e improvvisamente, invece, della risposta a quella fottutissima domanda, gli racconti che gran periodo di merda che hai dovuto attraversare. Sei convinto che, almeno un cazzo di 28 glielo riusciresti a strappare. Mettendoci pure qualche lacrima, al 30 ci arrivi sicuro sicuro. Ma poi vedi che, non c’è nessun televoto da casa, allora concentrati e cerca d’alzarti da quella sedia, con almeno un diciotto. Se no, vedi poi come piangi!
Emozioni come il pianto, hanno bisogno di spettatori di un certo livello, non tutti possono capire per chi o per cosa stai lì ad inondare fazzolettini di acqua e sali. Non è una selezione che t’organizzi precedentemente, ma se improvvisamente, avessi questa voglia di emettere tutte quelle sensazioni negative, dovresti pensarci e custodirti, in un modo o in un altro, per vari motivi:
1. Se piangessi con rumorosi singhiozzi, in strada o in un locale pubblico, aspettati qualcuno che venga a dirti “tutto ok?” Allora pensi “No. Ma ti pare che se andasse tutto bene starei qui a disperarmi?” Invece ti limiti a dire di sì, o nell’ipotesi più remota e disperata, saresti in grado di abbracciare chiunque si sia premurato di avvicinarti… e non sempre è consigliabile.
2. Se piangessi col freddo, la tua faccia assumerebbe le sembianze delle Grotte di Castellana, stalattiti a iosa e un viso on the rocks. Dovresti fermare qualcuno per infilarti dentro il suo giaccone… e t’assicuro che, non sempre è consigliabile.
3. Se piangessi col caldo, il sole ti farebbe evaporare così velocemente i rivoli di lacrime che, ti attraversavano le guance, ottenendo due aloni biancastri lungo la faccia, da farti assomigliare a qualche personaggio manga. E prima che il tuo volto, diventi imperturbabile, per effetto pelleseccaeabucciad’arancia, dovresti fermare qualcuno per chiedergli una salviettina imbevuta che, di solito, tengono sempre le vecchine pettegole… e per ovvie ragioni, non sempre è consigliabile.
Ma se non ti curi affatto di questi tre punti, beh allora cerca di piangere di gioia, come farà un ragazzo appena vedrà suo nipote Mattia, come quel mio amico che non piangeva mai (non so se per una posizione ideologica o proprio perche non gli venisse), lo stesso che, qualche sera fa, un po’ trattenuto, mi confessò di aver pianto poche volte e che, nel mezzo delle emozioni c’ero pure io (io piansi appena varcata la porta), come quel tizio che adesso sta ascoltando Misread dal vivo, come quando salutai quell’altro, alla stazione, dopo tre giorni di sole, vento e di jazz, come quella cara amica che, ha rumorosamente riso con le lacrime, nel silenzio di un teatro meneghino. Lacrime lasciate dentro qualche libro, nei capoversi delle poesie, tra i pentagrammi di alcune canzoni, tra i bordi di una fotografia, sui cuscini di un’estate che è andata, dentro le pellicole di quel film in bianco e nero e di quell’altro pieno di girasoli, tra i capelli della sua donna e Hospital Beds in sottofondo, tra i binari di treni in partenza, nei messaggi da rileggere in notti insonni e lacrime che svegliano le madri… e bambini che, come racconta Pessoa, non dicono “Ho voglia di piangere”, come direbbe un adulto, ma “Ho voglia di lacrime”.
E nel tormento, negli amori persi, nei dolori incontenibili, nelle paure disarmanti, è i quei momenti a volte così lunghi, così accidiosi, così stremanti, che occorrerebbe farsi una bella auto-lavata di capo e dire vado avanti, oppure scegliere una via alternativa e più semplice, provare a cambiare… shampoo.

e quasi quasi, inizio anche io…


