Mi piacerebbe
Mi piacerebbe che fossimo più felici di ciò che abbiamo. Mi piacerebbe che fossimo più consapevoli del dove siamo stati e cosa siamo stati. Mi piacerebbe che i pennellisolari fossero molti di più e che nuove idee arrivino a sconvolgere i nostri monotoni piani di uomini che rischiano sempre meno col passare degli anni. Mi piacerebbe che il futuro fosse molto ma molto più meraviglioso di quello che riusciamo ad augurarci con quei penosi messaggini in serie che rivedremo oramai a Pasqua. Mi piacerebbe che Milano fosse un quartiere di Bisceglie per poterci andare più spesso a passare i sabato sera e che NYC e Londra fossero più vicine e accessibili. Mi piacerebbe che ognuno di Noi avesse più tempo libero per viverci, piuttosto che per scriverci e che la lontananza anche fisica non arrivi mai a separarci.
Probabilmente i sogni e le idee di questa notte sono fantasie che non appartengono a questo mondo. Pensieri e progetti a cui mi voglio aggrappare prima di tornare, dopo un mese, al mio mondo italiano. Quest’anno devo avere più tempo per me e lavorare meglio cioè meno. Devo fare più sport, non farmi rapire dalla frenesia del alvoro e dai difetti della nostra società e bla bla bla.
Intanto la mia prima mezzanotte italiana sta scoccando, solo in una casa che Mia solamente non è più, con il solito sballottamento e vuoto interiore di chi torna da viaggi lunghi e lontani che non sanno di vacanza ma di vite vissute lontano da quel LI’ dove sono abituato a immaginarmi per sempre (Bisceglie). Ma il sempre è minacciato, in me, da sempre. L’Australia, l’America, ogni dove per trovarmi sperduto nel mondo e rifugiarmi poi nelle lenzuola di casa e sentirmi non più protetto come un tempo. Indifeso dal mondo contrariamente a quando da bambino sotto le lenzuola o meglio in quelle in cui dormivano Papà e Mamma, sentivo che nulla potesse succedermi di brutto.
Oggi un solo rifugio mi porta quella serenità, una casa affettiva e non fisica che ha un nome preciso. Ma fuori …
Fuori echeggiano i nostri dubbi, quesiti, paure, e allo stesso tempo entusiasmi, voglia di cambiare, di ricrearsi in un posto dove per ennesima volta non le nostre famiglie e le nostre storie e tradizioni, ma le nostre scelte ci definiscano come nuove entità. E di qui a chiederci se centrano i soldi, i guadagni, i figli, la casa, il matrimonio, se questi viaggi alla fine non facciano solo che turbare i nostri equilibri.
Provo a scrivere queste poche righe non sapendo neanche perchè lo stia facendo pur di scrivere un post in un blog che è una di quelle cose che ovunque io sia mi ricollega all’Italia. Provo a scirvere questo post, consapevole che bello non è perchè non può spiegare tutta questa confusione di un ennesimo ritorno a casa, parzialmente vuota, di fronte a un futuro tutto da colorare e da riempire con le scelte che faremo.
Prendo i colori, questa volta pastelli e non pennelli, per questo anno che comincia e che vorrei fosse colorato ma non dalle tinte brusche. Stasera ho bisogno di pastelli per attenuare le domande sulle scelte che faremo. La vita succederà. Mi piacerebbe. Magari un giorno, che quel disegno a pastello fosse tutto vero seppur non sappia ancora cosa. Come.
E la cosa più strana è che ho paura ad entrare da solo sotto le coperte e che forse la vera paura si chiama ricominciare.
oiziruaM
Forse è stata l’Africa


Forse è stata l’Africa
Forse è stata l’Africa a zittirmi. Forse a lasciarmi custodire. Non so. E’ che certi pensieri li tengo più per me. I pensieri, quelli che fluttuano nei venti di cui leggo su questo blog a cui ho dedicato il mio lungo silenzio. Non per un motivo. In fondo la mia assenza dalla scrittura, al contempo, è vita . Quella che sto tentando di gestire equilibratamente e difendere dagli sconvoglimenti che la stanno scandendo. Eppure ho ancora quegli occhi nei miei. Scuri, scurissimi come la terra di cui avrei voluto parlare e riparlare per provar a trasmettere ciò che avevo visto. E’ invece ho zittito, naufragando, ancora una volta, nell’idea che chi ascolta non rivive il tuo sussulto cadenzato dalle parole piene di immagini, suoni, colori e vento. Quello in cui le tue parole si disperdono. Quando la rabbia per una popolazione inerme e sorridente di fronte alla sua povertà, quando due occhi ti chiedono pane e non vogliono piantare grano, quando un leone, sia avvicina ad un preda morta di cause naturali, l’annusa, la lecca e con fare beffardo la lascia lì dov’è, e non perchè fosse putrida, mi piace pensare, ma perchè, non l’aveva conquistata lui, quando una terra non impara nemmeno dal suo Re, piuttosto che perdermi in racconti, ho preferito il silenzio. Perchè quello che nella più lunga delle notti nel bel mezzo della savana, mi aveva mosso il mare dentro, mi aveva urlato di costruirlo, il mondo che fosse tinto delle sue albe, avesse il nitido suono del vento che nei villaggi non sbatteva sui palazzi, ed in cui lo scuro di quegli occhi mi ricordasse sempre di seminare grano più che di comprare pane. E solo allora mangiarlo. Il frutto della mia. Anzi.
Della Nostra Africa. 
S.
Blogging myself – parte II (Seattle)
D’un tratto senti qualcosa, bum e scrivi.
Talvolta scrivi per sentire qualcosa. E bum.
Giochi a trovare una versione narrabile ai pensieri che ti passano per la testa.
Che poi un giorno ti chiedono come sei, e neanche lo sai.
La scorsa settimana, come ormai accade da 3 anni, sono stato a Seattle.
Chiunque abbia sentito nominare questa città, che non sia per colpa mia, presumibilmente sà della sua piovosità, del fermento musicale che c’è stato negli anni ’80 e come è nato il primo starbucks della storia.
A pensarci bene, ti viene il sospetto che Seattle sia davvero una città pazzesca, e che forse la pioggia aiuta a pensare. Che poi ti metti a contare il numero di hotel di lusso in città, e allora il sospetto diventa certezza.
Certo però. E’ dall’altra parte del mondo, a 9 ore di di fuso. Del tipo che vai a letto e qualche famigliare comincia a lavorare. Mah. Non capisco. Non dovrei meravigliarmi di tutto ciò, ma uno spirito infantile dentro di me lo fà. Non c’è verso.
Lo stesso, frà se e se, ripete continuamente “DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO” rigorosamente in maiuscolo, e subito dopo pensa “MINCHIA”.
Vedi, che poi ti chiedono come sei, e neanche lo sai spiegare.
Come ogni viaggio al tuo ritorno, c’è sempre qualcuno che ti chiede di raccontare “com’è stato???”, e non che non ti faccia piacere ma puntualmente stropicci qualche pensiero vago, frettoloso. L’importante però è dare l’idea di una vacanza divertente.
Voglio dire, E’ stata una vacanza (molto) divertente, ma probabilmente mi sono emozionato per altro rispetto a quello che racconto.
Come quando vai ad un concerto e il trombettista tiene quella nota lunga, acuta, per secoli. E lì dici, non può tenerla ancora per molto, non può farcela. E invece continua. E tu speri che prima o poi smetta, altrimenti stecca e rovina tutto. Ma niente. Lo fà solo dopo un altro pò. E ciò è meraviglioso.
In quel caso racconti di un concerto stupendo, ma del trombettista nessuna traccia. Non rende cazzo.
Quindi se dovessi descrivere la settimana appena trascorsa, e ci ho pensato molto prima di scriverlo, direi che è stato come viverla a blocchi.
In una separazione tra un giorno e l’altro, netta.
Ogni giorno un blocco nuovo, separato da quello prima da un vuoto d’aria.
Voglio dire, abbiamo fatto tantissime cose: feste, cene, sessioni tecniche, il giro nel mercato, mangiato le alette di pollo piccanti, visto l’università dello stato di Washington, riso per qualche frase stupida, visitato il magico mondo di redmond, e ancora: parlato di filosofia, ballato latino americano, bevuto qualche bicchiere di troppo, riso ancora per le solite frasi stupide, conosciuto gente di tutto il mondo: indiani, cinesi, costaricani, brasiliani, americani, francesi, svizzeri, POLACCHI!!, ma tutto e dico TUTTO accadeva così.
Non c’era un ordine, qualcosa che accadeva per una altra. Era tutto così a blocchi.
Ho detto bene, semplicemente accadeva lì quel giorno, ed era divertente. Punto.
Poi, a tessere le maglie e far sì che i giorni diventassero via via una settimana, Paolo, Sara, Simone, Eleonora. Che per fortuna hanno dato una forma più smussata, meno spigolosa al ritratto mio, di loro.
Grazie.
Spero di ritornarci anche il prossimo anno, forse sarà di inverno. Sono proprio curioso di sapere se davvero piove, perchè di quei giorni ricordo solo il titolo del Seattle Times “hottest day ever?”.
Vedi, non puoi raccontarlo così filo per segno. Ci vai un altra volta e bum, è diverso.

Mailing post
Quello che segue è un post particolare. Lo pubblico su esplicito invito di oiziruaM: si tratta infatti di una risposta al suo post ( “Rispondo e corro (sapessi pubblicarla)” http://www.pennellisolari.com/?p=1072) e, tra il suo post e il mio ce ne sono un altro paio che non si possono vedere su questo blog ma sono il frutto di uno scambio di mail avvenuto la scorsa settimana tra me, lui e Vins, con varie persone in copia. Per queste persone leggere il mio post sarà agevole, per altre risulterà oscuro in alcuni punti. Non fa niente, procedete comunque nella lettura. Come suggerisce il compagno oiziruaM, sono un paio di concetti che devono passare. Gio
Secondo te, coloro che alla fine hanno rivoluzionato il modo di pensare di tanta gente, coloro che hanno portato a cambiamenti sostanziali nella storia dell’uomo, secondo te non hanno sofferto?
Secondo me sono coloro che più hanno sofferto di tutti, perché avevano una verità in testa che hanno profetato anche a costo della vita stessa, e magari sono morti senza avere il piacere di vederla realizzata.
Ecco, io prendo loro come esempi di vita. Anche se sono cosciente che si soffre tantissimo, anche se nel piccolo micro-mondo in cui vivo.
Capisci che tutti questi sforzi quotidiani che io compio per tentare di rivoluzionare il mondo “non mi fanno stare bene mentalmente”, anzi… sai quante volte dopo un evento organizzato mi dico “gio, ma chi cazzo te lo fa fare?”…
Non pensare che il cosiddetto “impegno quotidiano” sia come prendere una medicina che ti disgusta lo stomaco solo per 5 minuti, ma sai che alla fine fa bene al tuo corpo.
L’impegno quotidiano è uno stile di vita. E’ uno sforzo continuo. E’ credere nell’intelligenza e nella carità degli uomini, ciecamente. E avere la speranza che un giorno tutto ciò che speri possa realizzarsi insieme agli altri.
Non fa niente se ti è costata una vita… L’Utopia è l’obiettivo più in alto che uno possa fissarsi.
Perciò non credo nelle azioni “straordinarie” cui fai riferimento. Perché credo che le azioni straordinarie siano ancora in una fase embrionale del sogno che chiamo Utopia. Perché credo che le azioni straordinarie servano solo per una questione mediatica. Come a dire: “visto cos’ho fatto? Visto cosa sono in grado di fare?”. Mi arrischio a dire che l’azione straordinaria è uno stile di vita “veloce”, tipicamente partorito dalla società d’immagine nella quale viviamo.
Non so se mi spiego…
Mentre il lottare quotidianamente porterà a risultati solo nel lungo termine, se ne porterà. Però sono sicuro che quei risultati e, soprattutto, lo stile di vita dello sforzo quotidiano, sedimenteranno negli animi delle persone. Scaverà molto più in profondità nelle loro menti. Che non l’azione straordinaria.
Tirando le somme, la mia è una scelta cosciente di strategia. Non è un ripiegamento dettato da una mancanza di coraggio. Anzi…
Quando quindi mi chiedi di “decidere (a priori) quello che vorremo fare”, io ti rispondo: rivoluzionare il modo di pensiero attuale e realizzare l’Utopia. Scendendo più nel dettaglio, ti dico che per Utopia intendo innanzitutto la salvaguardia dell’Ambiente e la solidarietà verso i più deboli. Questi macro-risultati possono essere raggiunti anche attraverso lo strumento della Cultura, che al momento è quello che sto cercando di usare.
Ho capito qual è la tua domanda quando dici “decidiamo a priori cosa vorremmo fare”, o meglio ho capito che tipo di risposta vorresti. Ma la mia risposta è su un livello diverso da quella che tu ti aspetti. Non posso dirti: vorrei aprirmi un bar alle Hawaii, e quindi qualora non ci riuscissi, avrei fallito nell’obiettivo. Perché non mi interessa un micro-obiettivo o azione straordinaria come la chiami tu.
Tu, invece, come risponderesti alla tua domanda?
Infine, una postilla che voglio sia chiara una volta per tutte: io non odio chi va al Divinae: anch’io ci vado in discoteca una volta ogni tanto, per varie ragioni: per cambiare ambiente, per vedere nuovi volti, per uscire con gli amici che vanno volentieri in discoteca…
Io non sono CONTRO il Divinae. Io sono per un’offerta eterogenea della cultura: a Bisceglie, da vent’anni a questa parte, esiste SOLO il Divinae. E questo ha ristretto ad un’unica dimensione lo spazio immaginario di coloro che vivono qui.
Ecco perché mi sforzo per organizzare concerti, biciclettate, feste di danze tradizionali… perché gli amici e tutti coloro che vivono qui abbiano la possibilità di vedere e capire che la Cultura (e lo svago in genere) non fanno esclusivamente rima con Divinae.
Termino qui: grazie, soprattutto a Maurizio, Vins e le altre due persone che mi hanno scritto one-to-one per tutte queste riflessioni.
Vi voglio bene.
Gio
La Cavalcata della Valchiria tra futuro e passato attraverso un sogno
Ecco ci siamo e senza navigatore satellitare: i primi pannelli solari come toppe sui tetti rossi delle case.
La mia auto che non ne può più di rispettare i limiti di velocità in territorio svizzero ha varcato dopo 4 ore il confine con la Germania, lo Stato che solo lo scorso anno ha installato 1 gigawatt di fotovoltaico che basterebbe ad illuminare una città come Milano!
Vedo i primi tedeschi, pronti per affrontare il futuro, ormai prossimo, senza petrolio. Pare manchino solo 50 anni.
E in Italia ci siamo noi, i Pennellisolari, come unica fonte di energia alternativa!!
Ma è già ora di un’altra produzione degna di nota: la Birra dell’HOFBRAUHAUS a Monaco, anch’essa solare.
Già nel 1500 i monacensi sperimentavano questa brodaglia considerata alimento al pari del pane, nella prima birreria di corte.
Ma il popolo ha dovuto attendere l’8oo perchè la birreria fosse aperta a tutti ed io il primo maggio del 2009 per innalzare il mio calice (1 litro) insieme ad altre 3500 popolani in memoria di questo evento.
E senza smaltire tutto l’alcol e senza fiato, vista la faticosa scalata, mi ritrovo nella camera di Ludwig II: cielo stellato, Tristano e Isotta dipinti sulle pareti e musiche di Wagner in sottofondo.
Ludwig pare abbia lasciato scritto: ” Vorrei rimanere un eterno enigma per me e per gli altri”.
E’ morto annegato e non si sa per mano di chi o se per suicidio. Ha fatto erigere tre castelli sontuosissimi mandando quasi in rovina la Baviera, ripagata oggi dalla pubblicità della Walt Disney che ha preso a modello il castello di Neuschwanstein per “la bella addormentata nel bosco”.
Ma perchè chiamarli castelli: siamo nell’800 o nel medioevo!??
Qualcuno ha bevuto troppo birra in quel tempio che per brevità chiamo HB.
Ma c’è di buono che le sale interne di queste residenze omaggiano il grande genio di Wagner con rappresentazione delle sue opere.
E quel pianino EOLODICON che Ludovico ha fatto costruire per il grande amico e che Wagner non si degnò mai di suonare.
Perchè ?
Fine della Cavalcata, fine del sogno!
La Valchiria.
Il treno
Ho aperto il mio mac (a cui tra parentesi nn ho ancora dato un nome) …ma non so cosa scrivere…ho un idea, molte idee, ma come accade spesso le hai li ma nn riesci a dargli un forma a plasmarle a renderle un pensiero concreto. Sono in treno, torno dalla trasferta. Il mio lavoro mi porta spesso a stare sui treni. Quando ciò accade la giornata è scandita dal percorso del treno. Si va al deposito di Firenze, ci si incontra con i macchinisti qualche chiacchiera e si è pronti a partire. Ma il tra il pronto e il partire alle volte passa mezza giornata o più. Il tutto dipende se ti danno il via o in gergo se ti aprono il segnale! L’attesa nn dispiace, mi faccio un giro per il deposito vedo le varie locomotive. Ce ne è di tutti i gusti, elettriche, diesel, nuove,vecchie e persino a vapore. Alla fine si parte tra sbuffi di fumo e lo sfrigolio delle ruote contro la rotaia. Si fanno tratte completamente immerse nell’Appennino toscano. Non ci sono passaggeri, sono solo con i macchinisti. Il treno è tutto per me. Lo spettacolo è bellissimo. Alberi, animali, colori, il cielo, le nuvole….tutto scorre come dipinto sui finestrini del treno. Il treno si trasforma in una piccola pinacoteca dove in mostra c’è la natura con i suoi colori. Si attraversano paesini, passaggi a livello, ci si ferma in attesa di una coincidenza nel mezzo della natura. Il dondolio del treno concilia, smuove i pensieri. Si è quasi invogliati a pensare di più sul treno. Premono, scalciano, si divincolano i pensieri. Alcuni sono belli altri meno….altri per niente ma sono li che si accalcano sospinti dal movimento sui binari. Mi vengono in mente donne, amore, amicizie, sorrisi, posti , cibo, attese, il mare, tutto ciò che frulla nella testa. Ovviamente mi soffermo su quelli grandi , su quelli importanti. E guardando fuori dal finestrino, li proietto sul vetro e come in un film me li guardo in silenzio. Lontano solo il chiacchiericcio dei macchinisti. Con una mano sfioro il vetro temperato come a toccare il mio pensiero. Un sorriso piacevolmente malinconico mi appare in viso, il pensiero più bello ……! Suona un cicalino….mi alzo, e vado a controllare in cabina se dai macchinisti tutto proceda bene. Un’altra sosta, ma i pensieri quelli belli ormai sono li….li vorrei dedicare condividere….per ora li ho solo proiettati, smossi dal dondolio del treno. Eh già!! l’odiamo quando fa ritardo ma in sostanza ci piace andare in treno…..e il momento per farsi coccolare dai pensieri…..e qui anche i pensieri brutti ….alla fine non sono cosi brutti.! Alla prossima tratta alla prossima corsa.

Un Sogno Urgente
E’ un Sogno e nel sogno sono su una jeep che attraversa una distesa terrosa. Fa caldo e sono sballottato in una nuvola di polvere sottile e ruvida. Seduto perpendicolare al senso di marcia do le spalle al finestrino e vedo i dossi presi dall’auto riflessi nelle oscillazioni della testa dei miei compagni di viaggio. E’ tutto in penombra.
Nel Sogno il viaggio sembra lungo e scomodo. Lo sento dietro la schiena tesa e in ogni secondo che dentro ne conta almeno due. Guardo fuori dal finestrino e nella notte di quella terra senza scelta vedo i fari di altre jeep. Una in fila all’altra, in colonna imprecisa per circa un chilometro, vanno verso una gola rocciosa che irrompe nella pianura con il fragore di un urlo nel silenzio.
La Jeep si ferma. Si fermano tutte le altre, quelle avanti e quelle dietro. Scendo e come me tutti gli altri poggiando i piendi in un silenzo che sa di promessa d’apocalisse. Guardo il cielo per avere un conforto, per sentire che qualcosa, oltre noi, ha vita. E ce l’ho, il conforto. Abbastanza da muovere i passi sul terreno ed entrare in quella gola seguendo gli altri.
Mi siedo e aspetto. Aspettiamo tutti. Aspettiamo che succeda quello per cui siamo li. Per cui la notte e il deserto ci tengono al riparo da ogni possibile cenno di mondo.
A un certo punto, con la dolcezza di due amanti che fanno l’amore per la prima volta iniziano a suonare i violini. Una musica nata insieme alla sabbia di quel posto. Partorita con il tempo stesso. Appresso, uno ad uno, i fiati e gli altri archi e su tutto una melodia unica suonata sui tasti di un pianoforte che ha attraversato città e strade aride per arrivare fin li.
Poi il sogno finisce e di quello che è successo dopo non ricordo quasi niente.
Oggi, in questo freddo che arriva fino alle gengive e non lascia nemmeno una parola per dire che avrei voglia d’estate questo sogno è un’urgenza. E so che se non avessi qualcosa in grado di raccontarmelo forse davvero penserei che quel concerto di Giovanni Allevi nel deserto d’Egitto sia stato solo e soltanto un sogno. E nel sogno una musica, perfetta, a prendersi la notte e ogni paura di freddo.
SiCiNi
Terra che sbircia l’alternarsi delle onde
tra profumi saporiti ed intensi sapori
Orgoglio di se stessi oltre il proprio
dove eloquenti sguardi silenziosi
urlano cio che l’abitudine rende bello perchè dato
Immagino occhi affannosi,
respiri obliqui verso la libertà
Riconto i passi di una via senza nome
Nick
Come un quadro di Dalì
Il vento tiene in tensione fili d’erba in un parco, è una brezza che
attraversa la città; porta l’eco di qualche isolato rumore risonante
tra le mura fatiscenti a dissolversi in riva al mare dove l’acqua
cristallina abbraccia la bianca sabbia delle spiagge ricca di occhi
ammalianti. Cinque ragazzi sullo stesso prato seduti tra un albero
secolare e la voglia di raccontarsi la vita. Alle spalle il richiamo di
danze popolari che avanzano con l’impressione di voler scuotere
l’antica terra per farne uscire tradizioni autenticamente meticce.
E’ una delle immagini ricca di elementi che ho impresse di queste vacanze,
un quadro di Dalì, un ricordo distorto dalla voracità del tempo
d’estate, un pomeriggio trascorso in un parco di Cagliari ballando
scalzi musica tradizonale.
Quest’anno ho scoperto la Sardegna, non tanto quella delle coste notoriamente incantevoli, ma quella delle tradizioni di una isolaneità orgogliosa, ricca di cultura e tradizioni (…anche culinarie).
Nick


