Invito aperto. ci vediamo tutti lì?
l’iniziativa “appare” carina.
http://viaggi.libero.it/news/viaggiatori-in-festa-firenze-turismo-viaggio-ne2265.phtml
l’iniziativa “appare” carina.
http://viaggi.libero.it/news/viaggiatori-in-festa-firenze-turismo-viaggio-ne2265.phtml
Mi piacerebbe che fossimo più felici di ciò che abbiamo. Mi piacerebbe che fossimo più consapevoli del dove siamo stati e cosa siamo stati. Mi piacerebbe che i pennellisolari fossero molti di più e che nuove idee arrivino a sconvolgere i nostri monotoni piani di uomini che rischiano sempre meno col passare degli anni. Mi piacerebbe che il futuro fosse molto ma molto più meraviglioso di quello che riusciamo ad augurarci con quei penosi messaggini in serie che rivedremo oramai a Pasqua. Mi piacerebbe che Milano fosse un quartiere di Bisceglie per poterci andare più spesso a passare i sabato sera e che NYC e Londra fossero più vicine e accessibili. Mi piacerebbe che ognuno di Noi avesse più tempo libero per viverci, piuttosto che per scriverci e che la lontananza anche fisica non arrivi mai a separarci.
Probabilmente i sogni e le idee di questa notte sono fantasie che non appartengono a questo mondo. Pensieri e progetti a cui mi voglio aggrappare prima di tornare, dopo un mese, al mio mondo italiano. Quest’anno devo avere più tempo per me e lavorare meglio cioè meno. Devo fare più sport, non farmi rapire dalla frenesia del alvoro e dai difetti della nostra società e bla bla bla.
Intanto la mia prima mezzanotte italiana sta scoccando, solo in una casa che Mia solamente non è più, con il solito sballottamento e vuoto interiore di chi torna da viaggi lunghi e lontani che non sanno di vacanza ma di vite vissute lontano da quel LI’ dove sono abituato a immaginarmi per sempre (Bisceglie). Ma il sempre è minacciato, in me, da sempre. L’Australia, l’America, ogni dove per trovarmi sperduto nel mondo e rifugiarmi poi nelle lenzuola di casa e sentirmi non più protetto come un tempo. Indifeso dal mondo contrariamente a quando da bambino sotto le lenzuola o meglio in quelle in cui dormivano Papà e Mamma, sentivo che nulla potesse succedermi di brutto.
Oggi un solo rifugio mi porta quella serenità, una casa affettiva e non fisica che ha un nome preciso. Ma fuori …
Fuori echeggiano i nostri dubbi, quesiti, paure, e allo stesso tempo entusiasmi, voglia di cambiare, di ricrearsi in un posto dove per ennesima volta non le nostre famiglie e le nostre storie e tradizioni, ma le nostre scelte ci definiscano come nuove entità. E di qui a chiederci se centrano i soldi, i guadagni, i figli, la casa, il matrimonio, se questi viaggi alla fine non facciano solo che turbare i nostri equilibri.
Provo a scrivere queste poche righe non sapendo neanche perchè lo stia facendo pur di scrivere un post in un blog che è una di quelle cose che ovunque io sia mi ricollega all’Italia. Provo a scirvere questo post, consapevole che bello non è perchè non può spiegare tutta questa confusione di un ennesimo ritorno a casa, parzialmente vuota, di fronte a un futuro tutto da colorare e da riempire con le scelte che faremo.
Prendo i colori, questa volta pastelli e non pennelli, per questo anno che comincia e che vorrei fosse colorato ma non dalle tinte brusche. Stasera ho bisogno di pastelli per attenuare le domande sulle scelte che faremo. La vita succederà. Mi piacerebbe. Magari un giorno, che quel disegno a pastello fosse tutto vero seppur non sappia ancora cosa. Come.
E la cosa più strana è che ho paura ad entrare da solo sotto le coperte e che forse la vera paura si chiama ricominciare.
oiziruaM


Forse è stata l’Africa
Forse è stata l’Africa a zittirmi. Forse a lasciarmi custodire. Non so. E’ che certi pensieri li tengo più per me. I pensieri, quelli che fluttuano nei venti di cui leggo su questo blog a cui ho dedicato il mio lungo silenzio. Non per un motivo. In fondo la mia assenza dalla scrittura, al contempo, è vita . Quella che sto tentando di gestire equilibratamente e difendere dagli sconvoglimenti che la stanno scandendo. Eppure ho ancora quegli occhi nei miei. Scuri, scurissimi come la terra di cui avrei voluto parlare e riparlare per provar a trasmettere ciò che avevo visto. E’ invece ho zittito, naufragando, ancora una volta, nell’idea che chi ascolta non rivive il tuo sussulto cadenzato dalle parole piene di immagini, suoni, colori e vento. Quello in cui le tue parole si disperdono. Quando la rabbia per una popolazione inerme e sorridente di fronte alla sua povertà, quando due occhi ti chiedono pane e non vogliono piantare grano, quando un leone, sia avvicina ad un preda morta di cause naturali, l’annusa, la lecca e con fare beffardo la lascia lì dov’è, e non perchè fosse putrida, mi piace pensare, ma perchè, non l’aveva conquistata lui, quando una terra non impara nemmeno dal suo Re, piuttosto che perdermi in racconti, ho preferito il silenzio. Perchè quello che nella più lunga delle notti nel bel mezzo della savana, mi aveva mosso il mare dentro, mi aveva urlato di costruirlo, il mondo che fosse tinto delle sue albe, avesse il nitido suono del vento che nei villaggi non sbatteva sui palazzi, ed in cui lo scuro di quegli occhi mi ricordasse sempre di seminare grano più che di comprare pane. E solo allora mangiarlo. Il frutto della mia. Anzi.
Della Nostra Africa. 
S.
D’un tratto senti qualcosa, bum e scrivi.
Talvolta scrivi per sentire qualcosa. E bum.
Giochi a trovare una versione narrabile ai pensieri che ti passano per la testa.
Che poi un giorno ti chiedono come sei, e neanche lo sai.
La scorsa settimana, come ormai accade da 3 anni, sono stato a Seattle.
Chiunque abbia sentito nominare questa città, che non sia per colpa mia, presumibilmente sà della sua piovosità, del fermento musicale che c’è stato negli anni ’80 e come è nato il primo starbucks della storia.
A pensarci bene, ti viene il sospetto che Seattle sia davvero una città pazzesca, e che forse la pioggia aiuta a pensare. Che poi ti metti a contare il numero di hotel di lusso in città, e allora il sospetto diventa certezza.
Certo però. E’ dall’altra parte del mondo, a 9 ore di di fuso. Del tipo che vai a letto e qualche famigliare comincia a lavorare. Mah. Non capisco. Non dovrei meravigliarmi di tutto ciò, ma uno spirito infantile dentro di me lo fà. Non c’è verso.
Lo stesso, frà se e se, ripete continuamente “DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO” rigorosamente in maiuscolo, e subito dopo pensa “MINCHIA”.
Vedi, che poi ti chiedono come sei, e neanche lo sai spiegare.
Come ogni viaggio al tuo ritorno, c’è sempre qualcuno che ti chiede di raccontare “com’è stato???”, e non che non ti faccia piacere ma puntualmente stropicci qualche pensiero vago, frettoloso. L’importante però è dare l’idea di una vacanza divertente.
Voglio dire, E’ stata una vacanza (molto) divertente, ma probabilmente mi sono emozionato per altro rispetto a quello che racconto.
Come quando vai ad un concerto e il trombettista tiene quella nota lunga, acuta, per secoli. E lì dici, non può tenerla ancora per molto, non può farcela. E invece continua. E tu speri che prima o poi smetta, altrimenti stecca e rovina tutto. Ma niente. Lo fà solo dopo un altro pò. E ciò è meraviglioso.
In quel caso racconti di un concerto stupendo, ma del trombettista nessuna traccia. Non rende cazzo.
Quindi se dovessi descrivere la settimana appena trascorsa, e ci ho pensato molto prima di scriverlo, direi che è stato come viverla a blocchi.
In una separazione tra un giorno e l’altro, netta.
Ogni giorno un blocco nuovo, separato da quello prima da un vuoto d’aria.
Voglio dire, abbiamo fatto tantissime cose: feste, cene, sessioni tecniche, il giro nel mercato, mangiato le alette di pollo piccanti, visto l’università dello stato di Washington, riso per qualche frase stupida, visitato il magico mondo di redmond, e ancora: parlato di filosofia, ballato latino americano, bevuto qualche bicchiere di troppo, riso ancora per le solite frasi stupide, conosciuto gente di tutto il mondo: indiani, cinesi, costaricani, brasiliani, americani, francesi, svizzeri, POLACCHI!!, ma tutto e dico TUTTO accadeva così.
Non c’era un ordine, qualcosa che accadeva per una altra. Era tutto così a blocchi.
Ho detto bene, semplicemente accadeva lì quel giorno, ed era divertente. Punto.
Poi, a tessere le maglie e far sì che i giorni diventassero via via una settimana, Paolo, Sara, Simone, Eleonora. Che per fortuna hanno dato una forma più smussata, meno spigolosa al ritratto mio, di loro.
Grazie.
Spero di ritornarci anche il prossimo anno, forse sarà di inverno. Sono proprio curioso di sapere se davvero piove, perchè di quei giorni ricordo solo il titolo del Seattle Times “hottest day ever?”.
Vedi, non puoi raccontarlo così filo per segno. Ci vai un altra volta e bum, è diverso.

Quello che segue è un post particolare. Lo pubblico su esplicito invito di oiziruaM: si tratta infatti di una risposta al suo post ( “Rispondo e corro (sapessi pubblicarla)” http://www.pennellisolari.com/?p=1072) e, tra il suo post e il mio ce ne sono un altro paio che non si possono vedere su questo blog ma sono il frutto di uno scambio di mail avvenuto la scorsa settimana tra me, lui e Vins, con varie persone in copia. Per queste persone leggere il mio post sarà agevole, per altre risulterà oscuro in alcuni punti. Non fa niente, procedete comunque nella lettura. Come suggerisce il compagno oiziruaM, sono un paio di concetti che devono passare. Gio
Secondo te, coloro che alla fine hanno rivoluzionato il modo di pensare di tanta gente, coloro che hanno portato a cambiamenti sostanziali nella storia dell’uomo, secondo te non hanno sofferto?
Secondo me sono coloro che più hanno sofferto di tutti, perché avevano una verità in testa che hanno profetato anche a costo della vita stessa, e magari sono morti senza avere il piacere di vederla realizzata.
Ecco, io prendo loro come esempi di vita. Anche se sono cosciente che si soffre tantissimo, anche se nel piccolo micro-mondo in cui vivo.
Capisci che tutti questi sforzi quotidiani che io compio per tentare di rivoluzionare il mondo “non mi fanno stare bene mentalmente”, anzi… sai quante volte dopo un evento organizzato mi dico “gio, ma chi cazzo te lo fa fare?”…
Non pensare che il cosiddetto “impegno quotidiano” sia come prendere una medicina che ti disgusta lo stomaco solo per 5 minuti, ma sai che alla fine fa bene al tuo corpo.
L’impegno quotidiano è uno stile di vita. E’ uno sforzo continuo. E’ credere nell’intelligenza e nella carità degli uomini, ciecamente. E avere la speranza che un giorno tutto ciò che speri possa realizzarsi insieme agli altri.
Non fa niente se ti è costata una vita… L’Utopia è l’obiettivo più in alto che uno possa fissarsi.
Perciò non credo nelle azioni “straordinarie” cui fai riferimento. Perché credo che le azioni straordinarie siano ancora in una fase embrionale del sogno che chiamo Utopia. Perché credo che le azioni straordinarie servano solo per una questione mediatica. Come a dire: “visto cos’ho fatto? Visto cosa sono in grado di fare?”. Mi arrischio a dire che l’azione straordinaria è uno stile di vita “veloce”, tipicamente partorito dalla società d’immagine nella quale viviamo.
Non so se mi spiego…
Mentre il lottare quotidianamente porterà a risultati solo nel lungo termine, se ne porterà. Però sono sicuro che quei risultati e, soprattutto, lo stile di vita dello sforzo quotidiano, sedimenteranno negli animi delle persone. Scaverà molto più in profondità nelle loro menti. Che non l’azione straordinaria.
Tirando le somme, la mia è una scelta cosciente di strategia. Non è un ripiegamento dettato da una mancanza di coraggio. Anzi…
Quando quindi mi chiedi di “decidere (a priori) quello che vorremo fare”, io ti rispondo: rivoluzionare il modo di pensiero attuale e realizzare l’Utopia. Scendendo più nel dettaglio, ti dico che per Utopia intendo innanzitutto la salvaguardia dell’Ambiente e la solidarietà verso i più deboli. Questi macro-risultati possono essere raggiunti anche attraverso lo strumento della Cultura, che al momento è quello che sto cercando di usare.
Ho capito qual è la tua domanda quando dici “decidiamo a priori cosa vorremmo fare”, o meglio ho capito che tipo di risposta vorresti. Ma la mia risposta è su un livello diverso da quella che tu ti aspetti. Non posso dirti: vorrei aprirmi un bar alle Hawaii, e quindi qualora non ci riuscissi, avrei fallito nell’obiettivo. Perché non mi interessa un micro-obiettivo o azione straordinaria come la chiami tu.
Tu, invece, come risponderesti alla tua domanda?
Infine, una postilla che voglio sia chiara una volta per tutte: io non odio chi va al Divinae: anch’io ci vado in discoteca una volta ogni tanto, per varie ragioni: per cambiare ambiente, per vedere nuovi volti, per uscire con gli amici che vanno volentieri in discoteca…
Io non sono CONTRO il Divinae. Io sono per un’offerta eterogenea della cultura: a Bisceglie, da vent’anni a questa parte, esiste SOLO il Divinae. E questo ha ristretto ad un’unica dimensione lo spazio immaginario di coloro che vivono qui.
Ecco perché mi sforzo per organizzare concerti, biciclettate, feste di danze tradizionali… perché gli amici e tutti coloro che vivono qui abbiano la possibilità di vedere e capire che la Cultura (e lo svago in genere) non fanno esclusivamente rima con Divinae.
Termino qui: grazie, soprattutto a Maurizio, Vins e le altre due persone che mi hanno scritto one-to-one per tutte queste riflessioni.
Vi voglio bene.
Gio
Ecco ci siamo e senza navigatore satellitare: i primi pannelli solari come toppe sui tetti rossi delle case.
La mia auto che non ne può più di rispettare i limiti di velocità in territorio svizzero ha varcato dopo 4 ore il confine con la Germania, lo Stato che solo lo scorso anno ha installato 1 gigawatt di fotovoltaico che basterebbe ad illuminare una città come Milano!
Vedo i primi tedeschi, pronti per affrontare il futuro, ormai prossimo, senza petrolio. Pare manchino solo 50 anni.
E in Italia ci siamo noi, i Pennellisolari, come unica fonte di energia alternativa!!
Ma è già ora di un’altra produzione degna di nota: la Birra dell’HOFBRAUHAUS a Monaco, anch’essa solare.
Già nel 1500 i monacensi sperimentavano questa brodaglia considerata alimento al pari del pane, nella prima birreria di corte.
Ma il popolo ha dovuto attendere l’8oo perchè la birreria fosse aperta a tutti ed io il primo maggio del 2009 per innalzare il mio calice (1 litro) insieme ad altre 3500 popolani in memoria di questo evento.
E senza smaltire tutto l’alcol e senza fiato, vista la faticosa scalata, mi ritrovo nella camera di Ludwig II: cielo stellato, Tristano e Isotta dipinti sulle pareti e musiche di Wagner in sottofondo.
Ludwig pare abbia lasciato scritto: ” Vorrei rimanere un eterno enigma per me e per gli altri”.
E’ morto annegato e non si sa per mano di chi o se per suicidio. Ha fatto erigere tre castelli sontuosissimi mandando quasi in rovina la Baviera, ripagata oggi dalla pubblicità della Walt Disney che ha preso a modello il castello di Neuschwanstein per “la bella addormentata nel bosco”.
Ma perchè chiamarli castelli: siamo nell’800 o nel medioevo!??
Qualcuno ha bevuto troppo birra in quel tempio che per brevità chiamo HB.
Ma c’è di buono che le sale interne di queste residenze omaggiano il grande genio di Wagner con rappresentazione delle sue opere.
E quel pianino EOLODICON che Ludovico ha fatto costruire per il grande amico e che Wagner non si degnò mai di suonare.
Perchè ?
Fine della Cavalcata, fine del sogno!
La Valchiria.
Ho aperto il mio mac (a cui tra parentesi nn ho ancora dato un nome) …ma non so cosa scrivere…ho un idea, molte idee, ma come accade spesso le hai li ma nn riesci a dargli un forma a plasmarle a renderle un pensiero concreto. Sono in treno, torno dalla trasferta. Il mio lavoro mi porta spesso a stare sui treni. Quando ciò accade la giornata è scandita dal percorso del treno. Si va al deposito di Firenze, ci si incontra con i macchinisti qualche chiacchiera e si è pronti a partire. Ma il tra il pronto e il partire alle volte passa mezza giornata o più. Il tutto dipende se ti danno il via o in gergo se ti aprono il segnale! L’attesa nn dispiace, mi faccio un giro per il deposito vedo le varie locomotive. Ce ne è di tutti i gusti, elettriche, diesel, nuove,vecchie e persino a vapore. Alla fine si parte tra sbuffi di fumo e lo sfrigolio delle ruote contro la rotaia. Si fanno tratte completamente immerse nell’Appennino toscano. Non ci sono passaggeri, sono solo con i macchinisti. Il treno è tutto per me. Lo spettacolo è bellissimo. Alberi, animali, colori, il cielo, le nuvole….tutto scorre come dipinto sui finestrini del treno. Il treno si trasforma in una piccola pinacoteca dove in mostra c’è la natura con i suoi colori. Si attraversano paesini, passaggi a livello, ci si ferma in attesa di una coincidenza nel mezzo della natura. Il dondolio del treno concilia, smuove i pensieri. Si è quasi invogliati a pensare di più sul treno. Premono, scalciano, si divincolano i pensieri. Alcuni sono belli altri meno….altri per niente ma sono li che si accalcano sospinti dal movimento sui binari. Mi vengono in mente donne, amore, amicizie, sorrisi, posti , cibo, attese, il mare, tutto ciò che frulla nella testa. Ovviamente mi soffermo su quelli grandi , su quelli importanti. E guardando fuori dal finestrino, li proietto sul vetro e come in un film me li guardo in silenzio. Lontano solo il chiacchiericcio dei macchinisti. Con una mano sfioro il vetro temperato come a toccare il mio pensiero. Un sorriso piacevolmente malinconico mi appare in viso, il pensiero più bello ……! Suona un cicalino….mi alzo, e vado a controllare in cabina se dai macchinisti tutto proceda bene. Un’altra sosta, ma i pensieri quelli belli ormai sono li….li vorrei dedicare condividere….per ora li ho solo proiettati, smossi dal dondolio del treno. Eh già!! l’odiamo quando fa ritardo ma in sostanza ci piace andare in treno…..e il momento per farsi coccolare dai pensieri…..e qui anche i pensieri brutti ….alla fine non sono cosi brutti.! Alla prossima tratta alla prossima corsa.

E’ un Sogno e nel sogno sono su una jeep che attraversa una distesa terrosa. Fa caldo e sono sballottato in una nuvola di polvere sottile e ruvida. Seduto perpendicolare al senso di marcia do le spalle al finestrino e vedo i dossi presi dall’auto riflessi nelle oscillazioni della testa dei miei compagni di viaggio. E’ tutto in penombra.
Nel Sogno il viaggio sembra lungo e scomodo. Lo sento dietro la schiena tesa e in ogni secondo che dentro ne conta almeno due. Guardo fuori dal finestrino e nella notte di quella terra senza scelta vedo i fari di altre jeep. Una in fila all’altra, in colonna imprecisa per circa un chilometro, vanno verso una gola rocciosa che irrompe nella pianura con il fragore di un urlo nel silenzio.
La Jeep si ferma. Si fermano tutte le altre, quelle avanti e quelle dietro. Scendo e come me tutti gli altri poggiando i piendi in un silenzo che sa di promessa d’apocalisse. Guardo il cielo per avere un conforto, per sentire che qualcosa, oltre noi, ha vita. E ce l’ho, il conforto. Abbastanza da muovere i passi sul terreno ed entrare in quella gola seguendo gli altri.
Mi siedo e aspetto. Aspettiamo tutti. Aspettiamo che succeda quello per cui siamo li. Per cui la notte e il deserto ci tengono al riparo da ogni possibile cenno di mondo.
A un certo punto, con la dolcezza di due amanti che fanno l’amore per la prima volta iniziano a suonare i violini. Una musica nata insieme alla sabbia di quel posto. Partorita con il tempo stesso. Appresso, uno ad uno, i fiati e gli altri archi e su tutto una melodia unica suonata sui tasti di un pianoforte che ha attraversato città e strade aride per arrivare fin li.
Poi il sogno finisce e di quello che è successo dopo non ricordo quasi niente.
Oggi, in questo freddo che arriva fino alle gengive e non lascia nemmeno una parola per dire che avrei voglia d’estate questo sogno è un’urgenza. E so che se non avessi qualcosa in grado di raccontarmelo forse davvero penserei che quel concerto di Giovanni Allevi nel deserto d’Egitto sia stato solo e soltanto un sogno. E nel sogno una musica, perfetta, a prendersi la notte e ogni paura di freddo.
Terra che sbircia l’alternarsi delle onde
tra profumi saporiti ed intensi sapori
Orgoglio di se stessi oltre il proprio
dove eloquenti sguardi silenziosi
urlano cio che l’abitudine rende bello perchè dato
Immagino occhi affannosi,
respiri obliqui verso la libertà
Riconto i passi di una via senza nome
Nick
Il vento tiene in tensione fili d’erba in un parco, è una brezza che
attraversa la città; porta l’eco di qualche isolato rumore risonante
tra le mura fatiscenti a dissolversi in riva al mare dove l’acqua
cristallina abbraccia la bianca sabbia delle spiagge ricca di occhi
ammalianti. Cinque ragazzi sullo stesso prato seduti tra un albero
secolare e la voglia di raccontarsi la vita. Alle spalle il richiamo di
danze popolari che avanzano con l’impressione di voler scuotere
l’antica terra per farne uscire tradizioni autenticamente meticce.
E’ una delle immagini ricca di elementi che ho impresse di queste vacanze,
un quadro di Dalì, un ricordo distorto dalla voracità del tempo
d’estate, un pomeriggio trascorso in un parco di Cagliari ballando
scalzi musica tradizonale.
Quest’anno ho scoperto la Sardegna, non tanto quella delle coste notoriamente incantevoli, ma quella delle tradizioni di una isolaneità orgogliosa, ricca di cultura e tradizioni (…anche culinarie).
Nick
Domenica pomeriggio e la mia valigia rossa è li tra la borsa del computer e quella della macchina fotografica. Sul Malpensa Express cerco un posto tra i pinguini venuti a refrigerarsi in questo clima polare che solo le aree condizionate milanesi riescono a ricreare. Barcellona…18.45 – Barcellona…. Barcellona…eccolo! Check-in 1, gate A. Impallidisco quando devo trovare il capo della coda per per il controllo al metal-detector. GMG 2008 ed almeno 300 ragazzi in partenza per incontrare il papa a Sidney, cazzo…proprio quando devo partire io! Mentre continuo le mie osservazioni antropologiche decido di farmi tranquillizare dalle note di Ludovico Einaudi. [Mi incuriosice sempre osservare le persone ed i loro atteggiamenti cosi diversi, soprattutto in luoghi come aeroporti e stazioni dove si incontrano "fenomeni" di ogni tipo (per es. vedi foto)]. Trovato il capo della coda percorro circa 100 metri di serpentina prima di superare il valico che mi porta verso la zona “sicura” dell’aeroporto. Attendo l’imbarco leggendo Fahrenheit 451 mentre fulmini e pioggia intimoriscono la sala, voli in ritado ed attendiamo… attesa di 2 ore… fin quando ci viene urlato “il volo è stato cancellato!”. Le imprecazioni in italiano si mixano magistralmente con quelle in spagnolo mentre attendiamo dettagli ed io penso alle pochissime possibilità che ci sono che il 13 Luglio in Italia un volo venga cancellato per maltempo! Ancora attesa per il cambio di biglietto per l’indomani e per sapere che trascorreremo la notte in un albergo li vicino. Dopo 6 ore dal mio arrivo a Malpensa riesco ad uscire dall’aeroporto non per andare in Spagna, ma per andare in un hotel “quatro estellas” come dicono nel pullman vedendo le stelle dell’hotel. Domanda: cosa si fa quando 80 persone arrivano contemporaneamente in albergo alle 11.30 di notte per fare il check-in? Si attende in fila…ancora attesa, paziente attesa. La mattina seguente la sfortunata carovana riparte per l’aeroporto; è incredibile come poche ore di disagio condiviso abbiano unito le persone, sembra di conoscersi da tempo. Giunti in aeroporto ci imbattiamo in una corsa fantozziana verso il check-in…altra coda…controllo metal-detector…in coda…attesa per l’imbarco e poi finalmente Barcellona! Quasi non ci credo e penso che ci avrei impiegato meno in autostop (ma forse avrei trovato coda in autostrada).
Nick
Non ho visto nessuno andare in contro a un calcio in faccia.
Eppure con lo stesso timore misto a paura e sentimento forte di chi va in contro a un calcio in faccia ho preso l’ennesimo volo ryan.
Tutto in una settimana. La nostalgia di un intero anno, l’attesa di due anni per un ritorno, la tua vita che inesorabilmente e fortunatamente ancora oggi, e credo per sempre, porterà con se i segni di quell’esperienza. Una sola parola: Granada.
Granada come sinonimo di strade piccole e profumate, sinonimo di piazzette da lasciarti senza fiato, sinonimo di sorprendenti miradores, sinonimo di intrecci di culture differenti, sinonimo di genti dai mille colori, sinonimo di feste e discoteche al lunedì, sinonimo di botellones, sinonimo di amori e passioni, sinonimo di tutto quello che si può pensare e diventa realtà… sinonimo della sensazione che la tua vita è nelle tue sole mani…sinonimo di erasmus. E chi lo conosce lo sa.
Il cineasta dei miei sogni in questi due anni di astinenza granadina ha organizzato per me non so neanche più quanti ritorni…. Tanto da aver ‘’caricato’’ quel check-in da orio al serio con almeno altri 20 kg in più…. chili invisibili e incontenibili per qualsiasi tipo di valigia o bagaglio a mano. Solo il cuore ha saputo portarli con se.
E poi ti accorgi in un solo momento che non sei mai andato via, che un pezzo di te è ancora la.. e non sottoforma di melanconica nostalgia bensì come vita, vita pura, quella che incontri x le strade che già conosci, quella che puoi sentire, quella che, in qualsiasi momento, troverai ad ogni ritorno.
Continui a ripeterti che sei a Granada, ad ogni passo, ad ogni cosa che vedi e che già sapevi di incontrare, continui a ripeterti che non sei davanti al pc con delle foto…continui a ripeterti tutto questo fino a quando la città non ti riconosce e ti riassorbe..ed allora non puoi fare altro che lasciarti andare. Lasciarsi a Granada.
Penso che il senso di un anno erasmus sia anche questo: saper consegnare un pezzo del proprio cuore ad una città e poterlo ritrovare ogni volta che si vuole..senza essere mai capaci di ‘’strapparlo’’ e riprenderselo… perché le storie che hai intrecciato con la città non lo permetterebbero mai.
Dedicato a chi ha vissuto un’esperienza del genere.

antonio
Vigilia burrascosa non solo metereologicamente, l’atteso finesettimana è messo in discussione da 4 rinunce dell’ultimo minuto. Ma i Pennellisolari non si lasciano scoraggiare da cosi poco e le teorie stocastiche di Gio non ci danno colpe. Si parte dopo uno spuntino allo strudel ed una tisana non bevuta, con un programma ben studiato nella tasca, tecnologia satellitare per farci strada, ma tanta voglia di perderala per ritrovare panorami di una bellezza incontaminata. L’arrivo a San Gimignano è un passaggio in un’altra dimensione, in un’altra epoca. E’ la nostra base per due giorni tra un borgo ed un altro percorrendo morbide colline da perderci il fiato. Certaldo, Volterra, Monteriggioni, San Gimignano. Siamo come fiumi che trovano la tranquillità nel proprio mare. Viviamo un finesettimana tra le meraviglie del Chianti e la piacevole compagnia dei nostri amici e dei personaggi autictoni (saluti al cappellano ed alla ragazza della pizzeria di Volterra). Adesso è ancora più difficile vivere a Milano.
Nick
Milano-Bratislava A/R, prezzo 0.6 Euro tasse incluse (grazie Save), occasione da non perdere. I Pennellisolari non la perdono. Arrivati in terra Slovacca ci si accorge subito che la città offre soprattutto freddo e poca accoglienza. Non solo qui non hanno ancora inventato l’istituto alberghiero, ma nei ristoranti bisogna sedersi e basta, senza neanche salutare, con il rischio di aspettare ore.
Sarà la clientela, i divani in pelle, i dolci in vetrina o i muri colorati. “Caffè&CO” ci da un piacevole riparo dal gelo. Fonte d’ispirazione per discorsi più o meno profondi tra arte, donne e libertà. Forse è l’unica cosa che vorremmo portarci in Itlia…eeeeeemmmmmm…no anche qualche bella ragazza.
I Pennellisolari sono alla ricerca di un Caffè&Co a Milano, oppure lo metteranno in piedi. Gio ha gia promesso i finanziamenti, la fanta-organizzazione è gia partita. Sognare non costa niente, neanche i 345 ‘Svinski’ del nostro conto.
Nick

Che devo dire? Non ci capisco più un cacchio.
E’ un mese che ero in vacanza e credevo di chiudere in bellezza sto periodo sabbatico.
Invece Bratislava mi ha abbastanza deluso.
Vedi il freddo che mi ha anestetizzato l’ipofisi, lo scarsissimo senso di ospitalità degli indigeni slow-vacchi, o la città dall’architettura affascinante quanto il caffé slavato (giusto per essere coerenti) che ci hanno rifilato in un bar pseudo-spagnolo.
Menomale che gli altri due Pennelli sono stati grandiosi, soprattutto nell’intavolare discorsi filosofici. Vedi alla voce felicità, arte, amore-sofferenza.
Però alla fine se ne sono andati 130 eurini e il mio alter ego genovese è stato ripagato.
Nota di merito al grande Save, l’organizzatore di tour pan-europei.
Gio

Increspature a perdita d’occhio, neve e fumo delle alpi a specchiarsi al sole. Ho visto, dall’alto. Un mare di nuvole basse stendere tappeti al tramonto. Briciole restanti del giorno arrossare il Danubio. Anche questo ho visto prima che l’aereo atterrasse. Io, a bocca aperta, come gli altri due nei sedili davanti al mio proprio come quando andiamo in giro in macchina: Giò che guida e Nick a studiare la strada. E’ vero, è come avere una famiglia, pure a 10 mila metri di quota, un posto sicuro da portarti in volo, stile bagaglio a mano, in un paese dove un caffè lo paghi con duecentomila banconote di carta. C’era un freddo cane, ma solo li, di fuori. Un’architettura da cinecittà, ma solo fuori. Che strano che di quel freddo e di quei palazzi appena tornato ricordi solo un’aria leggera e una poltrona in pelle. E il mio bagaglio a mano.
Vins

Pennellisolari
In questo momento sono seduto con due autoctoni, un semi-ubriaco di colore e un sedicente artista, che pero’ sembra non mentire. L’artista, attore di teatro e pittore, ha convinto l’altro a lasciarmi in pace da quando ho confessato che devo completare il mio post. Mi manca descrivere le serate a Coimbra.
La prima di queste la trascorro nel bar sotto casa mia in compagnia di un amica di Gonzalo, Maria Joao, e due suoi amici. Sono tutti giornalisti e la serata la passiamo discutendo delle differenze tra i giornali portoghesi e quelli italiani.
Snocciolando i nomi delle varie testate nostrane, che gia’ conoscono, l’argomento verte con naturalezza sulla politica.
Gli parlo dell’attuale crisi di governo e del mediocre moderato equilibrista che l’ha provocata, della totale mancanza di egemonia che impesta la maggioranza; della certezza di un’alternanza in caso di elezioni anticipate.
Avendo vissuto in Italia per un anno in Erasmus, conoscono bene il nome di chi potrebbe succedere all’attuale presidente. Si parla quindi dell’eccezionalita’ del nostro paese, che ha in seno un conflitto d’interessi tipicamente endemico di stati come il Burkina Fasu e il Malawi.
Ma questo e’ un altro blog, qui non si parla di politica.
La seconda sera incontro Susana, un’altra amica di Gonzi, che lavora come giornalista. A Coimbra pare che esistano solo architetti e giornalisti…
Andiamo a cena a casa di suoi amici, un po’ distante dal centro.
Quando comincio a parlare senza essermi ancora presentato tutti i portoghesi mi chiedono se sono brasiliano, per l’accento.
Nascondo bene l’orgoglio che ne consegue ma rispondo fiero di essere un italiano meridionale.
La serata scorre piacevolmente come il vino Porto che scorre tra un piatto di pesce con sugo di pomodoro e cipolle, molto speziato, e patate bollite.
La padrona della casa si chiama Ana, ha 29 anni, psicologa, e assomiglia a una mia ex. Ma porca puttanaaaa, ti pareva che non dovevo pensare a lei?
E’ gentilissima e sorride a tutti; figura esile e capelli legati da fermagli.
Sapendo che sono in vacanza, mi invita a pranzare con lei il giorno dopo. Andiamo difatti in una tasca, cio’ che noi chiameremmo trattoria caratteristica (avete presente O’ Cerriggh a Bisceglie o L’albero fiorito a Milano?).
Mi consiglia di prendere un tipico piatto portoghese ma dal gusto molto particolare, mi avverte.Per me e’ un invito a nozze!
Devo dire che mi son stupito nel vedermi servire una zuppa di trippa, fagioli e carote identica a quella che cucina mia nonna.
Ridiamo della coincidenza e lei mi dice che questo tipo di locande stanno scomparendo perche’ l’Unione Europea impone regole d’igiene molto restrittive. Mi parla quindi di una lenta dissolvenza delle tradizioni identitarie del suo paese.
E di lavoro, cosa fai – le chiedo; risposta: psicologa e assistente sociale in una specie di favela giusto fuori Lisbona……ma porca puttanaaaaaaaaaaaaaa, ma mi vuole proprio devastare questa!
Beh, menomale che il mio sistema immunitario mi protegge da un probabile cedimento.
A sera mi chiede se voglio cenare in casa con suoi amici, e li le stesse domande: sei brasileiro? Ah, Italia…Italia dove, Napoli? Ah, ma allora sei di Milano? E com’e’ Milano? Io sono stata a Firenze, Venezia e Roma…
Persone di una generazione piu’ grande di me, classe ‘72, con le quali gusto olive, formaggio di capra salatissimo, patatine, un’ottima zuppa di pesce.
Il tutto irrorato da eccellenti vini locali.
La maconha gira e io insieme.
Mi accompagnano a casa mezzo sfatto.
L’indomani saro’ a Lisbona
Le giornate vissute a Coimbra sono state emozionalmente sinusoidali. A stati di completa solitudine si sono alternate serate trascorse con persone sconosciute e adorevoli.
Da quando mi sveglio, cioe’ verso mezzogiorno, al pomeriggio inoltrato io e la mia ombra ci siamo fatti un’ottima compagnia. Ma non ci siamo sentiti soli. Passando come un ubriaco da un bar all’altro, l’esplorazione mentale era amplificata da bicchieri di birra. Le locande, poi, sono situate strategicamente in cima alle innumerevoli scalinate, quasi come vene del corpo umano.
Allora ti puoi godere i tanti universitari riconoscibili da cartelline sotto braccio che sbuffano dalla fatica per la salita, le coppie di fidanzatini a scambiarsi amorevoli effusioni (bastardi!), le studentesse che cercano una stanza da fittare aiutate da un padre un po’ troppo protettivo. Altri contemplano interdetti libri di economia, sociologia, diritto.
Da perfetto ingegnere sogghigno meschinamente nel vedere pagine senza l’ombra di una formula. Poveri, penso, credono di studiare cose difficili e non sanno neanche cos’e’ un’equazione differenziale. Pero’ la loro ricerca intellettuale me li fa sentire solidali. Alcune poesie di Vinicius de Moraes colorano questi miei pensieri interiori.
Come quando ti vengono quelle intuizioni mentre sei nel dormiveglia, quelle che ti svegli immediatamente e pensi perche’ non ti era venuta prima (e in realta’, poi, si rivela una cagata), cosi’ mi folgora un pensiero apparentemente non voluto: a Milano mi manca la Lentezza.
La lentezza che mi fa respirare il mondo e non trangugiarlo;
quella che mi mostra dove sta andando la mia vita, opposta ai mille eventi che me la riempiono
senza lasciarla sedimentare in me.
Quella lentezza che mi indica un gatto nero che mi guarda fisso con gli occhi verdi da un gradino, quasi fosse il suo trono.
Quella che sincronizza i pensieri al respiro, amplificandolo,
tanto che se non mi aggrappassi ad un peso, mi condurrebbero alla divergenza (e qualcuno qui potrebbe dimostrarlo anche matematicamente).
Quella che mi farebbe riacquistare la facolta’ mnemonica, che adesso mi manca.
Non so se mi sono espresso chiaramente, ma quando mi trovo senza lavoro, mostre, cinema, pub, aperitivi, sento tornare il respiro che la mia fisiologia metropolitana aveva rimosso dalle sue funzioni.
Non sto incolpando la mia vita, anche perche’ sono io che la scelgo, con tutti i condizionali del caso. Ma non credo di avere il coraggio di mollare tutto e ricominciare a respirare per sempre. A meno di non leggere un ennesimo articolo esplosivo in una di quelle riviste ecologiche che compriamo solo io e Maurizio in Italia.
E lasciarmi deflagrare il cervello.
[continua...]
Gio
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