Mi piacerebbe che fossimo più felici di ciò che abbiamo. Mi piacerebbe che fossimo più consapevoli del dove siamo stati e cosa siamo stati. Mi piacerebbe che i pennellisolari fossero molti di più e che nuove idee arrivino a sconvolgere i nostri monotoni piani di uomini che rischiano sempre meno col passare degli anni. Mi piacerebbe che il futuro fosse molto ma molto più meraviglioso di quello che riusciamo ad augurarci con quei penosi messaggini in serie che rivedremo oramai a Pasqua. Mi piacerebbe che Milano fosse un quartiere di Bisceglie per poterci andare più spesso a passare i sabato sera e che NYC e Londra fossero più vicine e accessibili. Mi piacerebbe che ognuno di Noi avesse più tempo libero per viverci, piuttosto che per scriverci e che la lontananza anche fisica non arrivi mai a separarci.
Probabilmente i sogni e le idee di questa notte sono fantasie che non appartengono a questo mondo. Pensieri e progetti a cui mi voglio aggrappare prima di tornare, dopo un mese, al mio mondo italiano. Quest’anno devo avere più tempo per me e lavorare meglio cioè meno. Devo fare più sport, non farmi rapire dalla frenesia del alvoro e dai difetti della nostra società e bla bla bla.
Intanto la mia prima mezzanotte italiana sta scoccando, solo in una casa che Mia solamente non è più, con il solito sballottamento e vuoto interiore di chi torna da viaggi lunghi e lontani che non sanno di vacanza ma di vite vissute lontano da quel LI’ dove sono abituato a immaginarmi per sempre (Bisceglie). Ma il sempre è minacciato, in me, da sempre. L’Australia, l’America, ogni dove per trovarmi sperduto nel mondo e rifugiarmi poi nelle lenzuola di casa e sentirmi non più protetto come un tempo. Indifeso dal mondo contrariamente a quando da bambino sotto le lenzuola o meglio in quelle in cui dormivano Papà e Mamma, sentivo che nulla potesse succedermi di brutto.
Oggi un solo rifugio mi porta quella serenità, una casa affettiva e non fisica che ha un nome preciso. Ma fuori …
Fuori echeggiano i nostri dubbi, quesiti, paure, e allo stesso tempo entusiasmi, voglia di cambiare, di ricrearsi in un posto dove per ennesima volta non le nostre famiglie e le nostre storie e tradizioni, ma le nostre scelte ci definiscano come nuove entità. E di qui a chiederci se centrano i soldi, i guadagni, i figli, la casa, il matrimonio, se questi viaggi alla fine non facciano solo che turbare i nostri equilibri.
Provo a scrivere queste poche righe non sapendo neanche perchè lo stia facendo pur di scrivere un post in un blog che è una di quelle cose che ovunque io sia mi ricollega all’Italia. Provo a scirvere questo post, consapevole che bello non è perchè non può spiegare tutta questa confusione di un ennesimo ritorno a casa, parzialmente vuota, di fronte a un futuro tutto da colorare e da riempire con le scelte che faremo.
Prendo i colori, questa volta pastelli e non pennelli, per questo anno che comincia e che vorrei fosse colorato ma non dalle tinte brusche. Stasera ho bisogno di pastelli per attenuare le domande sulle scelte che faremo. La vita succederà. Mi piacerebbe. Magari un giorno, che quel disegno a pastello fosse tutto vero seppur non sappia ancora cosa. Come.
E la cosa più strana è che ho paura ad entrare da solo sotto le coperte e che forse la vera paura si chiama ricominciare.
Il feretro apparve sulla porta della chiesa.
Agghindato. Tripudio di corone e di ghirlande. Nastri e fiori.
Ci fu chi, passando, pensò a un regalo di Natale.
Il più grande, mai visto, in vista sua.
Il Cavaliere «Io do una cosa a te, e tu dai una cosa a me» disse il Cavaliere alla Sirena.
E lei: «Io lo so bene quello che tu vuoi, ma non quello che mi dai».
«Ti do l’amore» lui, allora, le rispose.
Fu così che la Sirena finì in una scatola di tonno.
Black & White In un mondo dove il bianco non finisce di detestare il nero e viceversa, la pacifica convivenza del latte col caffè commuove.
La Miss.
Seduta sulla sponda del letto, si accarezzava le cosce e, scuotendo la testa, disse: «Guarda un po’, quanta grazia di dio sprecata».
L’amica non ebbe il coraggio di ricordarle che erano trascorsi sessant’anni da quando quelle cosce avevano vinto il loro ultimo concorso di bellezza.
Il gentile stelo scosso appena dalla brezza. La corolla, la preziosità di una costellazione di petali minuti.
Il fiore stava sul ciglio, lui lo vide. Si accucciò, allungò la mano, si protese. Proprio lui, negazione di ogni poesia!
Lo ritrovarono i cani. Giorni dopo. Sul fondo del precipizio sottostante.
Nessuno ebbe dubbi: «È un delitto». Dissero che ce lo avevano buttato.
È incredibile come la gente a volte pecchi d’immaginazione.
La salma decollò da New York per la tumulazione del caro estinto, Ragusa Pasquale, nel paese natale, in provincia di Messina.
L’aereo stava volando in pieno Oceano quando si appurò che la bara non era di Ragusa Pasquale, spedito invece a Sidney, in Australia.
A Sidney, Ragusa Pasquale fu ricaricato sul primo volo per l’Europa. L’aereo faceva scalo a Teheran, dove atterrò all’apice di una drammatica querelle tra i governi iraniano e americano.
Dai documenti di accompagnamento, R. Pasquale figurava cittadino degli Stati Uniti. Le autorità iraniane ne trattennero la salma, in ostaggio.
Sbloccata la situazione, R. Pasquale fu consegnato a una speciale commissione, e traslato a Bagdad. La bara finì con quelle di alcuni caduti militari americani, dirette negli States.
R. Pasquale si ritrovò al punto di partenza, a New York.
La cassa avvolta nella gloriosa bandiera a stelle e strisce. La prospettiva di essere sepolto – salutato da salve di cannone, con gli onori militari – ad Arlington, il famoso cimitero degli eroi di guerra.
Fu un oscuro scritturale, zelante caporale.
Spulciò, controllò. Accertò che R. Pasquale era estraneo a qualsivoglia episodio di eroismo.
La cassa fu precipitosamente spogliata da ogni bandiera.
Disadorna, anonima, fu infilata su un cargo.
Daccapo diretta per l’Europa.
La traversata si stava svolgendo regolare quando – Europa praticamente in vista – si scatenarono pericolose turbolenze. Il cargo ripiegò su Rejkiawik.
Da Rejkiawik, in Islanda…
Bè, Ragusa Pasquale, da vivo, era stato pilota d’aereo.
Volare, evidentemente, era il suo karma.
E’ un mese strano quello di Novembre. La gente si ritira in casa. E sembra che anche stare su internet a scrivere, pensare e discutere come si faceva a primavera sia un peso troppo grande. C’è chi sonnecchia. C’è chi c’è ma solo a sprazzi. E poi c’è chi in ogni stagione ne inventa una nuova. Uno di questi ultimi è GuSPE che con grande piacere ritorna con un nuovo format: “SNAP SHOT”. Delle istantanee scattate con l’inchiostro e la sua capacità impressionista che abbiamo conosciuto in HELP! A voi.
Trovando poco dignitoso scippare le vecchiette, Salvatore C. decise di passare alla rapina.
Studia gli sportelli di una banca, si cala il passamontagna sul viso, supera la soglia, una donna gli si para davanti, lui le sferra una coltellata alla gola, lei la schiva e lo abbatte con un colpo di pistola.
Chi lo avrebbe mai supposto? Da una donna così esile e minuta lì in fila per pagare una bolletta?
Chi lo avrebbe mai supposto ch’era maresciallo dei carabinieri?
Ragazzi, dopo il successo digitale di Help! testimoniato dai tanti commenti e apprezzamenti pubblici e privati ecco che una nuova storia arriva a colorare di Giallo (anche se è scritta in blu) le righe di questo Blog. Un autore internazionele, un talento innato per la creatività, il capello, la satira, il misticismo e l’astrattismo delirante. Signore e Signori, i Pennellisolari sono lieti di presentarvi UNA STORIA VERA, originale, un susseguirsi di vicende, incontri e colpi di scena che sconvolgerà ognuno di voi lettori … Un trama avvincente e solo “vagamente ispirata a un’altra storia” (ma proprio alla lontana eh, chiadiamo subito perdono a GuSPE confidando nella sua clemenza – l’autore stesso in uno dei suoi rari momenti di lucidità sottolinea l’intento ironico). Senza altri indugi ecco a voi: POMOGI!
Stanotte, al rientro, appena sul pianerottolo, mi sembra di intravedere in un angolo buio la forma di una grande matriosca mozzata. Di corsa mi barrico in casa e appena chiudo la porta mi attacco allo spioncino per capire e vedere cosa ci facesse quel mezzo pezzo di bambola russa lì, il silenzio mi serviva per captare ogni minima vibrazione fuori dalla porta, trattenevo il respiro per non far rumore con il mio stesso fiato… silenzio____________________: PRIVIET!!!! (ciao)
- Cazzooooo Irinaaaaaa! Tu mi ammazzi così…
- ma io volere fare sorpresa all’Amore mio…
- eee… la sorpresa il Cazzo…A momenti mi viene un coccolone… Ti eri anche chiusa da dietro pensavo non ci fosse nessuno…
- siii tu mio coccolone… scusa me mio gattino… Sai che io non farebbi mai te del male…
- Irina da quanto tempo stai prendendo lezioni di italiano da quella pseudo insegnante madrelingua dal nome Svetlana?
- che importa ora? Comunque9 mesi…
- ecco, farebbi meglio a cambiarla al più presto…
E comunque ero qui perchè sul pianeroottolo di casa nostra c’è una mezza matriosca, capisci? È orrendo…
- Oh porco Putin… È terribile…
- proprio tre giorni fa parlavo della maledizione della mezza Matriosca in ufficio con Igor… E terribile quello che è successo alla sua ex quando in casa si è ritrovata la sua matriosca gambizzata…
- mi spaventi così mio coccolone… Sai che io sono molto strumentiziosa…
- 1- ricordami di chiamare il dottor Zanichelli per farmi siegare la parola che hai appena detto…2-il nome coccolone dimenticalo…quando cavolo mi chiamerai con il mio vero nome?
La conversazione è andataavanti ancora5 minuti, poi Irina mi ha trascinato in camera e con la sua “dolcezza” mi ha calmato l’animo…
Questa notte dormirò molto poco pensando alla mezza matriosca, al suo pezzo mancante e alla maledizione che può trasferire se solo una delle 2 metà capiti tra le mura di casa mia… Per ora cerco di addormentarmi, sempre se la seconda metà della mia bambola in carne ed ossa “Irina” non decida di tenermi sveglio con la sua maledizione e la sua “dolcezza”…
È ufficiale, è iniziato l’inverno. Lo capisci dal bombardamento mediatico di jingle, voci e canzonette che capti tra uno zapping e un altro, paginoni di quotidiani con facce di sconosciuti che, diventano noti in meno di 24 ore, e la radio e tutte le homepage iniziano raccontare vite e gesta di Tizio, Caio e Sempronio. Allora, ti metti comodo e prepari l’arca perché, adesso, la pioggia di vacue informazioni si sommerà a tutti i pianti e gli isterismi dei vari Amici di Maria, delle storie strappalacrime dei concorrenti del Grande Fratello (perché se non hai un trascorso triste da sputtanare in tv, beh allora sei fuori), dei vecchi amori e gli incontri aspettati dietro a una busta, delle eliminazioni di promesse voci dalla, già colma, discografia italiana e delle corteggiatrici non scelte da buzzurri tronisti in striminzite camicie e petti glabri.
Lacrime inflazionate, pianti sottopagati alla mercé di occhi senza identità, sofferenza passata da far emergere nel momento opportuno. La vittoria del pietismo, la strumentalizzazione del dolore. Attori o meno, qui ci si ritrova, ad emulare atteggiamenti dannosi, dove il più furbo riesce a imbonirti con qualche sua esperienza apparentemente normale, ma romanzata con tutti i crismi eteromediatici, capaci di trascinarti nel vortice della compassione. E a volte, vorresti provarci pure tu. Immagini di sederti davanti a un professore, e improvvisamente, invece, della risposta a quella fottutissima domanda, gli racconti che gran periodo di merda che hai dovuto attraversare. Sei convinto che, almeno un cazzo di 28 glielo riusciresti a strappare. Mettendoci pure qualche lacrima, al 30 ci arrivi sicuro sicuro. Ma poi vedi che, non c’è nessun televoto da casa, allora concentrati e cerca d’alzarti da quella sedia, con almeno un diciotto. Se no, vedi poi come piangi!
Emozioni come il pianto, hanno bisogno di spettatori di un certo livello, non tutti possono capire per chi o per cosa stai lì ad inondare fazzolettini di acqua e sali. Non è una selezione che t’organizzi precedentemente, ma se improvvisamente, avessi questa voglia di emettere tutte quelle sensazioni negative, dovresti pensarci e custodirti, in un modo o in un altro, per vari motivi:
1. Se piangessi con rumorosi singhiozzi, in strada o in un locale pubblico, aspettati qualcuno che venga a dirti “tutto ok?” Allora pensi “No. Ma ti pare che se andasse tutto bene starei qui a disperarmi?” Invece ti limiti a dire di sì, o nell’ipotesi più remota e disperata, saresti in grado di abbracciare chiunque si sia premurato di avvicinarti… e non sempre è consigliabile.
2. Se piangessi col freddo, la tua faccia assumerebbe le sembianze delle Grotte di Castellana, stalattiti a iosa e un viso on the rocks. Dovresti fermare qualcuno per infilarti dentro il suo giaccone… e t’assicuro che, non sempre è consigliabile.
3. Se piangessi col caldo, il sole ti farebbe evaporare così velocemente i rivoli di lacrime che, ti attraversavano le guance, ottenendo due aloni biancastri lungo la faccia, da farti assomigliare a qualche personaggio manga. E prima che il tuo volto, diventi imperturbabile, per effetto pelleseccaeabucciad’arancia, dovresti fermare qualcuno per chiedergli una salviettina imbevuta che, di solito, tengono sempre le vecchine pettegole… e per ovvie ragioni, non sempre è consigliabile.
Ma se non ti curi affatto di questi tre punti, beh allora cerca di piangere di gioia, come farà un ragazzo appena vedrà suo nipote Mattia, come quel mio amico che non piangeva mai (non so se per una posizione ideologica o proprio perche non gli venisse), lo stesso che, qualche sera fa, un po’ trattenuto, mi confessò di aver pianto poche volte e che, nel mezzo delle emozioni c’ero pure io (io piansi appena varcata la porta), come quel tizio che adesso sta ascoltando Misread dal vivo, come quando salutai quell’altro, alla stazione, dopo tre giorni di sole, vento e di jazz, come quella cara amica che, ha rumorosamente riso con le lacrime, nel silenzio di un teatro meneghino. Lacrime lasciate dentro qualche libro, nei capoversi delle poesie, tra i pentagrammi di alcune canzoni, tra i bordi di una fotografia, sui cuscini di un’estate che è andata, dentro le pellicole di quel film in bianco e nero e di quell’altro pieno di girasoli, tra i capelli della sua donna e Hospital Beds in sottofondo, tra i binari di treni in partenza, nei messaggi da rileggere in notti insonni e lacrime che svegliano le madri… e bambini che, come racconta Pessoa, non dicono “Ho voglia di piangere”, come direbbe un adulto, ma “Ho voglia di lacrime”.
E nel tormento, negli amori persi, nei dolori incontenibili, nelle paure disarmanti, è i quei momenti a volte così lunghi, così accidiosi, così stremanti, che occorrerebbe farsi una bella auto-lavata di capo e dire vado avanti, oppure scegliere una via alternativa e più semplice, provare a cambiare… shampoo.
E già, come preannunciato questo è l’ultimo. L’ultimo di 26 post. L’epilogo di una storia, Help!, partorita appositamente per questo blog da uno scrittore rimasto sempre nell’ombra per la durata di tutto il percorso. La puntata numero 1 era andata in onda il 13 Maggio e oggi, a 5 mesi di distanza, concludiamo la narrazione e questo esperimento che speriamo sia stato apprezzato. I vecchi post li trovate qui (dal post 14 al 25) e qui(dal post 2-13)… occhio a leggerli dal basso verso l’alto sennò vi viene fuori un’altra storia di cui non siamo responsabili, almeno non volontariemente.
Che dire, ringraziamo GuSPE per aver partecipato a questa piccola avventura che sono i Pennellisolari. Mi auguro possa tornare a trovarci spesso, di quando in quanto, come si fa fra amici, per raccontarci un’altra storia, altre riflessioni e altra vita. Di quello ne avremo sempre bisogno. Casomai saremo noi la prossima volta a urlare: Heeeeeelp!
Tutto così improvvisamente da non sembrarmi vero.
Dalia è partita stamattina. Destinazione, Canada.
Sono ancora talmente stordito da non riuscire a rendermene conto.
Posso soltanto dire che tutto è proceduto secondo le migliori regole degli addii toccanti.
Tranne un particolare. Che…
Sì, c’entra la mano.
Eravamo usciti sul pianerottolo, stavo chiudendo la porta, Dalia si avvicina e mi sussurra: «Sai, quel giorno a Ferragosto?… Al pranzo?… Quando mi sono alzata e ho detto di avere visto la mano…».
«Sicuro, lo ricordo come adesso…».
«Beh, è vero»
Silenzio.
«La mano l’aveva vista sere prima… Prima che fossi tu a vederla!».
«E NON ME L’HAI MAI DETTO?».
«Sono stata lì, più di una volta. Ma…».
«Ma?»
«Quella faccenda ti aveva troppo colpito e conoscendoti…. Ho pensato di non buttare benzina sul fuoco, ch’era meglio che tutto finisse… Così… Col tempo…».
«Allora non sono pazzo, la mano c’era, ed era vera».
«Lascia perdere, è acqua passata. Qualsiasi cosa sia, che te ne frega?»
Già.
Che me ne frega?
Che casino parlare di amore quando tutti sono deviati dalla convinzione che amore sia sinonimo di sesso… ogni qual volta mi confronto con persone alle quali spiego il mio concetto di amore non mi credono e pensano che quello che dico non corrisponde a quello che penso realmente ….. allora, eminentissimi colleghi di questo blog, chiedo il vostro parere in merito alla seguente questione :
Parlo con una mia amica alla quale confesso che non amo solo mia moglie perche’ non penso che l’amore sia un sentimento dato in esclusiva (del tipo “amo mia moglie e non posso amare nessun altro/a”).. ecco che qui si insinua l’equivoco .. se ami un’altra persona vuol dire che hai qualche problema all’interno della tua relazione coniugale, mi dice…. Mi sento quasi un traditore dopo aver ascoltato la sua sentenza di condanna….. e invece chiarisco che l’amare altre persone non esclude il fatto che si ami la propria moglie; aggiungo che se fossi nato in un paese diverso dall’Italia (paesi che accettano la poligamia) tutto sarebbe considerato normale, sempre che si stia parlando solo di donne…….ma io parlo di un concetto allargato del tipo condivisione di situazioni che ti portano ad amare i tuoi amici di sempre , situazioni particolari con i tuoi familiari che ti spingono a dire “vi amo” perche’ e’ proprio quello che pensi di provare in quel momento….. non e’ un vi voglio bene .. e’ un qualcosa in piu’ che se pero’ vien detto da un uomo ad una donna o viceversa e’ inteso……….” allora qual e’ il prossimo passo..?? si va a letto..?? “…..per me non funziona cosi’, l’esprimere il proprio amore per una persona prescinde dal suo sesso e dal suo aspetto fisico, va oltre la facciata e si attesta su un piano piu’ alto o perlomeno diverso; ma mi accorgo che per nessun altro le cose vanno in questa direzione…………..e allora sbaglio termine o il valore che si da’ alla parola amore non e’ ancora chiaro a tutti…???
La parola amore ha una sola interpretazione con molteplici sfumature o molteplici interpretazioni ??
Rimango in attesa di risposte che facciano chiarezza sulla questione e nell’attesa mi limitero’ a dirvi, senza ulteriori equivoci, che ..VI VOGLIO BENE….
L’abbiamo letto. L’abbiamo commentato. Qualcuno ci si è appassionato, altri invece si sono persi per strada. Molti si chiedono “chissà come va a finire questa storia della mano”. Alcuni continuano imperterriti a fare battute stupide. Certamente questo Help! ha lasciato un segno nel blog. Di sicuro abbiamo sperimentato un mondo nuovo di leggere, nuovo almeno per i pennellisolari: una storia a post. Tutto è perfettibile, ovviamente, ma quel che conta è che la creatività e la voglia di provare a fare cose nuove governi sempre i nostri pensieri. E’ con piacere che vi presento il penultimo post di HELP e invito, i famosi “smarriti” a recuperare il tempo perso cliccando su GuSPE nella Tag Cloud qui a destra o qui e rileggendosi tutto d’un fiato i post precedenti. Tra qualche giorno poi l’ultima “puntata”, e poi grandi sorprese per chiudere in bellezza quest’avventura narrativa.
Com’è bella la città,
com’è grande la città,
com’è viva la città,
com’è allegra la città.
Piena di strade e di negozi,
e di tante vetrine piene di luce,
con tanta gente che lavora,
con tanta gente che produce…
Dalla canzone «Com’è bella la città»
dell’indimenticabile Signor G, Giorgio Gaber
Dalia: Non mi hanno rinnovato il contratto, sono a spasso.
GuSpe: Bel colpo. E adesso?.
Dalia: Heee!
GuSPE: Mmm?
Dalia: Mmm?.
GuSPE: Heee!.
Dalia: Però, una soluzione io l’avrei.
GuSPE: ……..?!?!
Dalia: Partiamocene dall’Italia, andiamocene.
GuSPE: E dove?
Dalia: In Canada.
GuSPE: Ca-na-da? E perché non in Patagonia?
Dalia: A Montreal! ho già contattato zia Maria che già ne ha parlato a zio Michele, ed è d’accordo. Loro là tengono quattro, dico quattro, ristoranti… “La Bella Napoli”, “La Bella Capri”, “La Bella Italia” e “La Bella Positano”…
GuSPE: Saranno anche ricchi, ma non è che tengano molta fantasia…
Dalia: Tu, scherza, scherza, ridi.
GuSPE: È sempre stato il mio sogno servire la pizza ai tavoli.
Dalia: Gli zii ci anticipano pure il biglietto, anche per te, e ci procurano l’alloggio, poi noi li ripaghiamo tempo facendo.
GuSPE: Ho letto qualcosa di simile sul giornale, il titolo era “La tratta dei cinesi”…
Dalia: Gli zii sono stati sempre generosi, hanno aiutato pure i miei cugini, sai quelli di Castelluccio al Monte?…
GuSPE: Lascia perdere, non li imparerò mai i tuoi parenti. Hai più ascendenti e collaterali che capelli in testa, che sono tanti e io difetto di memoria.
Dalia: Per vedere se funziona, io intanto parto e poi ti chiamo… Ovvio. Se vedo che funziona…
GuSPE: Già mi immagino. A domanda: Professione? Risposta: Italian waiter.
Dalia: Beh, sono molto apprezzati gli Italian waiter. Sui depliant americani delle crociere alle Bahamas lo precisano come nota di prestigio…
GuSPE: Ollalà!
Dalia: Oggi a me, domani a te. Non ti credere. Aspettatelo di restare a casa… Sta’ tranquillo!
*
Notte, agitata.
Mattina, testa impastata.
Sera, OK Dalia, si va a Montreal.
Riassunto delle puntate precedenti: GuSPE e Dalia sono al mare, ospiti dei genitori di Dalia. Il pranzo di Ferragosto è in pieno svolgimento quando emerge la vicenda della mano vista a suo tempo da GuSPE ma poi scomparsa. La cosa provoca un gran casino…
«La mano c’era, eccome» disse Dalia. «C’ero pure io, e l’ho vista. Posso confermarlo. Eccome se la mano c’era! Tutti padreterni quando si tratta di affondare qualcuno nella cacca».
Cacca disse Dalia, lo ricordo bene. Non m….
Voleva parlare evidentemente pulito, col linguaggio della festa, come si addice a un giorno segnato rosso in calendario.
Nessuno fiatò.
*
«Senti, domattina ce ne andiamo» Dalia disse. La stessa sera, o meglio notte, seguente il famigerato pranzo.
Eravamo finalmente riusciti a ritrovarci soli. Soli finalmente!
Dalia, se è per quello, puzzava ancora di cipolla. Di tutte le cipolle tritate in ore di cucina. Ma anzi… Era come se avesse più sapore.
ADORABILE.
Eravamo riusciti a ritrovarci sulla spiaggia, come due minorenni, costretti a eludere proibizioni e veti. Soggetti al permesso della mamma. Eravamo sfuggiti alla morsa di parenti e genitori. Riavevamo dopo giorni il nostro spazio.
Lì sulla spiaggia. Sotto una grande luna.
Una spiaggia deserta come può esserlo una spiaggia a Ferragosto. Con torme di ombre vagolanti e gruppi forsennati intorno a fuochi.
«Notte indiana» dissi.
«Domattina ce ne andiamo» disse Dalia.
*
Insensibili al coro di proteste e di lusinghe: il mattino seguente, quant’è vero che c’è l’Inferno, ce ne andammo.
Riassunto delle puntate precedenti: GuSPE e Dalia sono al mare, ospiti dei genitori di Dalia. Il pranzo di Ferragosto è in pieno svolgimento quando emerge la vicenda della mano vista a suo tempo da GuSPE ma poi scomparsa…
Tornava il fantasma della mano. Nelle modalità più inaspettate. Meno idonee. E più sgradite.
E si aprì il fuoco, inesorabile.
Tutti a chi era il più sapiente.
«Dovevi chiamare subito Polizia e Carabinieri»,
«Dovevi…»,
«Dovevi…» e «Dovevi».
Un tale, nel dubbio di essere da meno, voce stentorea, uscì alla grande: «Volendo, tu, sebbene in via indiretta, ti sei reso complice. Recita il Codice Penale, articoli…»
Seguirono numeri snocciolati uno dopo l’altro.
A prenderli per buoni, un ergastolo nessuno me lo toglie.
Unico reo in Italia a finire in galera, per restarci.
*
Non saprò mai se a muovere la madre di Dalia fu pietà. O perfidia. (Ipotesi, quest’ultima, più verosimile).
Resta che, forte della propria autorità (e stazza), la madre di Dalia intervenne ponendo fine a ogni «Dovevi».
«Ma che mano e mano!» gridò additandomi. «Che cavolo volete mai che abbia visto. Mi meraviglio che perdiate tempo a….».
«PFUI!» concluse con una smorfia di disgusto e un gesto sprezzante della mano.
Mi sentii come uno zombi alieno delirante. Da non meritare che ludibrio.
Ma Dalia.
Oh Dalia, Dalia, Dalia! Non finirò di amarti!
Tu, tenera e selvaggia. Mai scorderò la grinta con la quale balzasti in piedi: «Palle! Sono palle! Tutte Palle!».
Riassunto delle puntate precedenti: GuSPE e Dalia si ritrovano a ripetere l’orrida esperienza del Ferragosto 2008 al mare, ospiti dei genitori di Dalia. Qui, inopinatamente, riemerge la faccenda della mano intravista a suo tempo da GuSPE ma poi scomparsa …
Era stata Dalia a tirar fuori la storia della mano.
Aveva attinto in misura generosa allo spumante e, incoraggiata dall’effetto-bollicine, s’era lasciata prendere dal piacere conviviale del lieto conversare.
Non poteva di certo immaginare…
Lei credeva semplicemente di fare dello spirito, dell’ironia sulle stranezze di certi casi della vita. Non aveva tenuto in conto che l’umorismo è dote rara. Non ricorre necessariamente in chi ci ascolta.
Il risultato?
Mi trovai sotto i riflettori.
Occhi puntati. Tanti quante le facce degli astanti, l’equivalente di un plotone.
Di esecuzione.
Mi mancava solo di strapparmi la camicia e mostrare il petto: «Fucilatemi!».
Mi salvò l’idea di non perdermi l’ultimo bagno della sera.
Riassunto delle puntate precedenti: GuSPE e Dalia, al fine di non ripetere l’orrida esperienza delle loro vacanze 2008, progettano previdentemente le loro prossime ferie estive, ma a causa del loro deprecabile status finanziario, si ritrovano a ripetere l’orrida esperienza del Ferragosto 2008 al mare, daccapo in casa dei genitori di Dalia…
PRANZO DI FERRAGOSTO. EMERGE L’OMBRA DELLA MANO…
Impossibile riuscire a raccontare esattamente tutto un mese. Per cui mi limito al clou: a quella giornata da cani ch’è stato il Ferragosto.
Sebbene, anche così, non sappia da che parte incominciare.
Dovendo superare l’handicap, dico soltanto che le donne presenti in casa, tutte, incominciarono una settimana prima ad agitarsi e a ciabattare. Con Dalia sequestrata dalla madre.
Dalia in cucina col grembiale (sic!).
Dalia a tritare le cipolle. («Fini, fini, raccomando!»)
Dalia, proprio lei. Da far schiattare dalle risa.
Dalia!… che c’eravamo giurati di star noi due soli.
SIGH!
Donne scatenate, assatanate. Il primo maschio che incontravano, lo assalivano: «TU! Invece di star lì a far niente! Vieni qui e incomincia a pelare…».
La casa era grande, infinita. Ma avrebbe dovuto essere un triplo, quadruplo castello per trovarci un angolo di pace.
Anche la notte.
C’era sempre qualcuno, perso nel buio, a cercare il cesso.
*
Bandita la cucina e aree circostanti (guai a osare a varcarne le soglie).
Se ti veniva la malaugurata voglia di un caffè o di una spremuta o che so d’altro… dovevi sorbirti non meno di otto chilometri di strada sterrata, bianca accecante, sotto il solleone, per arrivare al primo baracchino. Dove il caffè, colato da una specie di vecchia locomotiva in miniatura, ti veniva servito in bicchierino di plastica, completo di mosconi. Veraci. Di una volta.
Quando ancora non c’erano gli spray, ma il nastro moschicida che pendeva dal soffitto.
Quando i mosconi avevano ancora la pancia iridata, gli occhietti avidi e furbi, e ronzavano, forte e chiaro.
*
EVVIVA, VIVA LA VACANZA!
*
Arrivò il D-Day.
Tavolata sotto la stentata pergola.
Piatti e manicaretti in successione.
Quindici, trenta, sessanta convitati. Una folla. Parenti e amici, vicini e lontani, nazionali e americani, fors’anche dall’Australia.
Parata di generazioni, passate e presenti, a partire dal Millenovecentoventi.
C’è il vegliardo, gli occhi velati dalla cataratta ma iniettati di cocenti nostalgie: «Oh sì! Allora sì si stava bene, bei tempi! (sospiro). C’era LUI a dirigere le cose. C’era LUI, e poi tenevamo le Colonie».
(A scanso di equivoci, LUI era Benito Mussolini, non Silvio Berlusconi.)
*
Accadde allora. Al colmo. Già giravano amari e limoncelli (fatti in casa).
Fu allora che saltò fuori la fottuta stramaledetta faccenda della mano.
La mano, sì, la mano.
La famosa MANO.
[Ci fosse qualcuno che (incredibile!) ancora ne ignorasse il tormentone... Come nel Giro dell'Oca, dovuta penitenza: torni alla casella di partenza, Help! (1).]
Anni fa partivo a fine agosto per andare a studiare al nord, in una città umida e afosa. Sentivo l’aria mancarmi, l’amore mancarmi e nutrivo un dolore devastante che non era malinconia, ma io che io non riuscivo a sfogare neanche con le lacrime. Era lancinante ma partiva dal vuoto psicologico che avevo intorno nel trasferirmi solo, lì dove andavo. Il solo ricordo mi fa star male. Ora che io rimango e qualcuno và via, vivo solo una parte di quel male, ma il ricordo basta.
Una sensazione amara in pancia che appesantisce stamattina svegliandomi. Il cielo è grigio e tira vento. Le spiagge sono vuote e le strade pure. Ieri sera era estate, stamattina è malinconia. Per me non cambia nulla. Non devo riprendere a lavorare dopo le ferie non avendo mai smesso e non devo andar via dalla città che amo per motivi di lavoro. La mia donna non deve partire e non devo cambiare nulla alla vita che amo condurre. Anzi fra breve partirò per un viaggio. Ma mi sento vedovo. Vedovo di emozioni che sembrano appartenere solo a determinati periodi dell’anno, anzi ad agosto, e soprattutto a determinate persone che sanno farmi felice solo perché sono a Bisceglie con me.
Aspetto 11 mesi questo mese, il rimanermene in spiaggia con gli amici d’infanzia e di paesi lontani. Il sole che scotta, la birra ghiacciata e i preparativi per le lunghe nottate. Aspetto troppo e troppo in fretta passa.
I miei migliori amici si dividono fra questo paese e il mondo e il tempo con loro è sempre il migliore che posso regalare alla mia vita.
Alcune mie ex sono state addirittura gelose di come gli adorassi, gli aspettassi, gli dessi prevalenza, e di come gli occhi mi si illuminassero in loro presenza, e capisco che non deve essere facile per una donna sapere che nella vita del suo uomo gli amici hanno un importanza pari all’aria e all’acqua pulita.
Per la prima volta una donna a capirlo e a vedermi godere di questo, ma vedovo stamattina mi sento lo stesso.
Il più storico e legato degli amici parte. Portando via un agosto che ha riportato le pelli del viso a rilassarsi al sale come quando sfrecciavamo sulle “lambrette”, come quando la vita era 15 ore tempo libero e 9 ore tra sonno e impegni. È come riacquisire la capacità di essere leggeri, di ridere di poco, di godere della sola vicinanza, … e di non saperlo spiegare questo legame fatto di anni di discorsi, cazzate, emozioni, marachelle e sguardi parlanti. Lontani ma sempre vicini.
Ripenso alla frase: “Più invecchierai più avrai bisogni delle persone conosciute da giovane!” e mi piace allora invecchiare pensando a loro e a quando torneranno a vivere qui.
C’è sempre troppo poco tempo e alla fine di 12 mesi l’anno mi rimangono poco meno che una decina-quindicina di splendidi ricordi ogni anno.
Non ho parole per scrivere di loro, ma il sole, nascondendosi, ha dato il giusto clima col vento a come mi sento dentro, seppur l’estate, sul calendario, non sia ancora finita.
Da Milano a Mosca, a Lussemburgo, a Roma, a via Imbriani e la piazzetta. Non smetterò mai di viverli attraverso le emozioni che mi regalano, anche solo per una battuta via sms. E davvero rifletto sulla voglia di rimanere qui, di fronte al mare, ad aspettarli tornare insieme a quelli cari che vivono vicino. Questo per dirgli che mi mancheranno loro e tutti i piccoli particolari che regala la loro presenza.
Verrà l’estate….
Dedicato anche a quelli amici persi per strada, perché hanno dato prevalenza ad altro, ignari di cosa stessero perdendosi. Mi spiace perché abbiamo perso entrambi la possibilità di moltiplicare le nostre emozioni.
Riassunto della puntata precedente: GuSPE e Dalia, al fine di non ripetere l’orrida esperienza delle loro vacanze 2008, al mare con i genitori di lei, progettano previdentemente le loro prossime ferie estive.
2008 AUTUNNO INOLTRATO…
Ripiegammo su qualcosa presumibilmente a portata di bilancio.
«Low cost», fu Dalia a profferire la magica parola.
Così trascorremmo novembre e buona parte di dicembre indecisi tra San Francisco e Reykjavik (Con fugace sogno mirato al Madagascar, ma subito rientrato.)
Tirammo somme, altri totali.
Pietoso velo calato. Bis.
Arrivò Natale, e San Francisco e Reykjavik erano state sostituite nel frattempo da un giro in auto nell’Europa dell’Est, «dove la vita costa meno, anche la benzina».
Cecoslovacchia, Polonia, Lituania, Estonia, Lettonia, e lunga spensierata tappa a Berlino, sulla via del ritorno.
Motivazione per la Cecoslovacchia e il resto: «la scoperta dei tesori di quelle antiche civiltà», parole di Dalia.
Quanto a Berlino, «per la sua travolgente e avveniristica modernità nonché varietà di intrattenimenti fuori di testa alternativi», parole mie, stavolta.
Nuove somme, altri totali.
Pietoso velo calato. Ter.
Si era ormai a Pasqua…
«Senti – dico a Dalia -, cosa ne dici di un giro dei rifugi, sacco in spalla?».
*
La risposta di Dalia fu un silenzio ininterrotto. Durato da Pasqua ad agosto.
Quando.
Per farla breve.
Anche quest’agosto l’abbiamo trascorso da mammà.
(La mamma di Dalia. Infatti la mia detesta Dalia. La considera poco di più di una escort).
Il settembre dell’anno scorso, io e Dalia, già pensavamo alle vacanze di quest’anno.
Mica per altro.
Avevamo appena finito di passare l’agosto con i genitori di Dalia nella loro casa al mare. E, non bastassero i genitori, c’erano anche torme di parenti che arrivavano e ripartivano, a frotte, a rotazione. (La Stazione Centrale di Milano. O Roma Termini. Come preferite.)
Quel settembre ormai lontano ci dicemmo all’unisono, io e Dalia: «Mai più un’altra simile vacanza, che Dio ce ne scampi e liberi! Meglio un sano colpo di pistola».
Eravamo animati da spirito di rivalsa e saggia previdenza.
«Mai più! D’ora in avanti noi due SOLI» ci giurammo.
Io e Dalia, abbracciati, avvinghiati, occhi negli occhi.
Traboccanti passione. Bollenti umori. Desideri irrefrenabili.
(Occhi a luci rosse.)
*
Passammo il seguente settembre a progettare. Per tempo. Consci che i giorni scorrono più veloci che se il vento li portasse.
E puntammo a una meta lontana, e suggestivamente esotica: le isole Figi.
(FIJI, per la precisione. «330 magiche isole soleggiate! Paradiso tropicale dell’Oceano Pacifico che ha mantenuto le proprie tradizioni con grande amore e saggezza, in una mescolanza di affascinanti ed antiche culture… bla-bla, bla-bla, bla-bla…» vedere Internet per credere).
L’idea ci esaltava.
Mi divertivo a manipolare la parola (Fig..) giocando ai doppi sensi, mentre Dalia scoteva la testa e mi sorrideva, l’aria comprensiva. «Sempre il solito». Non lo diceva ma lo portava scritto dentro gli occhi.
Scherzavamo, eravamo felici, sognavamo.
Fino al momento in cui (era quasi novembre come testimoniavano le foglie ammassate ai bordi delle strade) Dalia disse: «Vogliamo provare a far due conti?».
Annuii. «Certo» dissi. «Idea saggia».
E traducemmo i sogni in cifre.
Totò diceva che «la somma fa il totale». Ebbene, il totale che ci ritrovammo… Io e Dalia avremmo dovuto trasformarci in Bonnie e Clyde.
Svaligiare banche, mica una.
Sulle isole Figi (FIJI) calò un pietoso velo.
Ahi-ahi!
Dalia sembra proprio infuriata con «Pennellisolari».
Pare quasi…
Sì, pare quasi che «Pennellisolari» sia una donna con la quale – lei, Dalia – mi abbia sorpreso a condividere scintille e roventi tu-per-tu.
Morale: ho capitolato.
Nel tentativo (disperata speranza) di lenire la tensione: «OK» ho detto a Dalia. «Vuol dire che basta con “Pennelli solari”… Chiudo. Ti va bene?».
Dalia mi ha risposto con una scrollata di spalle.
Morale numero Due, conseguenza della prima: vi lascio, compagni di una breve effimera stagione.
Vi lascio augurandovi un’estate traviata da vergognarvene a settembre.
GuSPE
PS: Si sa mai che Dalia smolli e ci si risenta con l’autunno… Nel segno di quella mano di cui, sebbene sparita, resta l’ombra.