Mariella siccome era moglie del primario, giuoca un ruolo niente affatto secondario, nel piazzare l’amico nel terziario per le celebrazioni del quaternario, e dividere i fondi del centenario in due cinquantenari, a metà.
Il pollo , guarnito dalla testa ai garretti, servito a Natale, s’era creduto un generale; l’altro pollo, sopravvissuto al Natale, aveva creduto d’essere immortale.
(mi scuso per aver direttamente pubblicato ma si sà che i figli sono dispettosi e i Papà sono buoni e perdonano)
È la festa del Papà,
quello che è l’eroe di ogni figlio. Quello che ci dà la vita. Quello che emuleremo per il resto dei nostri giorni salvo … eccezioni. Oggi è la festa del Papà. La figura più autoritaria e importante (insieme alla Mamma) nella vita di ognuno fino a che non si passa dall’altra parte e si comincia a capire l’importanza delle frasi pesanti, dei rimproveri, delle notti insonni in attesa dei nostri ritiri (ritenendoci ancora figli), dei “Te l’avevo detto”, dei “Ti voglio bene” non detti e degli abbracci fugaci.
Oggi è la giornata dedicata ai veri eroi della nostra e di tutte le epoche. La giornata di quegli uomini che portano avanti le nazioni e le società per dare un futuro ai figli seppur vorrebbero cambiare lavoro, mandare a fanculo il capo, cambiare l’auto ma c’è l’università del figlio da pagare, … eroi che nessun fumetto potrà mai spiegare perché eclatante è la loro serenità nel fare la cosa più difficile e responsabile che ci sia (professori di scuola esclusi).
Oggi è anche la festa di Vins, Papà di questo Blog, che mi porta fuori da questo periodo prelettorale in cui tutti hanno la soluzione e nessuno la attua eppure un po’ tutti quelli che si candidano hanno avuto il tempo di fare, se avessero voluto, qualcosa di buono.
E poi, caro Vins, tu sei il Papà della riflessione guardando il soffitto e questa cosa merita un disegnino da appendere proprio lì.
oiziruaM
da sinistra a destra Nick, Lelliosky, Raf, Ppà Vins, oiziruaM, S., Giò e l’invisibile Domenick
I cartelli stradali? Non fatevi fuorviare. Non c’è più Milano.
Al suo posto c’è un anonimo cantiere.
Al centro, resta solo il Duomo, unico edificio ancora intatto.
A quando ne utilizzeranno le fondamenta per un autosilo?
Ci insedieranno un out-let?
Ne asporteranno le guglie per sopraelevarci un grattacielo? Appartamenti signorili e uffici, prenotazioni in loco. La Madonnina, in una bacheca, nella hall. Fac-simile, però, di plastica.
L’oro?
Trafugato.
A quando?
È come se il cielo si fosse di colpo abbassato, il grigio compatto incamerato negli occhi, per restarci.
Un vecchio proverbio diceva: «Sotto la neve il pane». Era di buon auspicio, la neve fa da coperta al grano, protegge i semi contro il gelo. E, in effetti, un tempo, la neve compiva il miracolo di tramutarsi in pane in ogni senso. Migliaia di disoccupati accorrevano per conquistarsi i soldi per la michetta corrisposti dal Comune a chi spalava.
Poi – miracolo economico dopo miracolo – i mulini diventarono bianchi di un bianco che più bianchi non si poteva neanche col candeggio. E i mulini sfornarono esotismi: cracker, snack, plum-cake. Suoni comunque commestibili, stando alla Pubblicità che li accompagnava, generosa.
Sostituirono il pane, e – il giorno in cui tornò a nevicare e il Comune tornò a stanziare i soldi – i disoccupati erano sempre migliaia, ma nessuno si presentò a spalare.
Ma adesso, in questo momento, oltre alla neve bianca ci sono gli immigrati neri. Che accorrono in tanti al bando del Comune.
Cracker, snack, plum-cake sono restati, ma spalatori e pane sono ritornati.
Certo, è scomparsa la michetta, e gli spalatori sono neri e il pane è arabo.
Mentre… lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca. (Che non è il jingle dello spot per un pandoro, ma è Pascoli. Giovanni. Il poeta.)
Denominazione sociale: Brunori Sas di Dario Brunori & co.
Oggetto sociale: ginocciha sbucciate, palloni bucati e ragazzi di provincia, il mare d’inverno e le cotte d’agosto, pugili e fiorellini stracciati.
La musica di Brunori Sas è semplice e diretta, con un’orecchiabilità da voler prendere la chitarra e srimpellare giri da spiaggia. Dario si racconta tra rabbia e malinconia attraverso sonorità retrò che viaggiano tra ricordi d’infanzia e problemi della vita di tutti i giorni.
Dopo aver vinto il premio Ciampi 2009 come miglior esordio dell’anno “l’azienda di suoni e parole a conduzione familiare” ha fatto tappa anche al JetCafè, serata indimenticabile!
Oramai è diventata una tradizione, un mio piccolo lavoro a base di foto, un calendario da rivedere carico di ricordi ed emozioni che raccontano sprazzi di Pennellisolari durante tutto il 2009. Non voglio aggiungere altro se non: buona visione.
Mi piacerebbe che fossimo più felici di ciò che abbiamo. Mi piacerebbe che fossimo più consapevoli del dove siamo stati e cosa siamo stati. Mi piacerebbe che i pennellisolari fossero molti di più e che nuove idee arrivino a sconvolgere i nostri monotoni piani di uomini che rischiano sempre meno col passare degli anni. Mi piacerebbe che il futuro fosse molto ma molto più meraviglioso di quello che riusciamo ad augurarci con quei penosi messaggini in serie che rivedremo oramai a Pasqua. Mi piacerebbe che Milano fosse un quartiere di Bisceglie per poterci andare più spesso a passare i sabato sera e che NYC e Londra fossero più vicine e accessibili. Mi piacerebbe che ognuno di Noi avesse più tempo libero per viverci, piuttosto che per scriverci e che la lontananza anche fisica non arrivi mai a separarci.
Probabilmente i sogni e le idee di questa notte sono fantasie che non appartengono a questo mondo. Pensieri e progetti a cui mi voglio aggrappare prima di tornare, dopo un mese, al mio mondo italiano. Quest’anno devo avere più tempo per me e lavorare meglio cioè meno. Devo fare più sport, non farmi rapire dalla frenesia del alvoro e dai difetti della nostra società e bla bla bla.
Intanto la mia prima mezzanotte italiana sta scoccando, solo in una casa che Mia solamente non è più, con il solito sballottamento e vuoto interiore di chi torna da viaggi lunghi e lontani che non sanno di vacanza ma di vite vissute lontano da quel LI’ dove sono abituato a immaginarmi per sempre (Bisceglie). Ma il sempre è minacciato, in me, da sempre. L’Australia, l’America, ogni dove per trovarmi sperduto nel mondo e rifugiarmi poi nelle lenzuola di casa e sentirmi non più protetto come un tempo. Indifeso dal mondo contrariamente a quando da bambino sotto le lenzuola o meglio in quelle in cui dormivano Papà e Mamma, sentivo che nulla potesse succedermi di brutto.
Oggi un solo rifugio mi porta quella serenità, una casa affettiva e non fisica che ha un nome preciso. Ma fuori …
Fuori echeggiano i nostri dubbi, quesiti, paure, e allo stesso tempo entusiasmi, voglia di cambiare, di ricrearsi in un posto dove per ennesima volta non le nostre famiglie e le nostre storie e tradizioni, ma le nostre scelte ci definiscano come nuove entità. E di qui a chiederci se centrano i soldi, i guadagni, i figli, la casa, il matrimonio, se questi viaggi alla fine non facciano solo che turbare i nostri equilibri.
Provo a scrivere queste poche righe non sapendo neanche perchè lo stia facendo pur di scrivere un post in un blog che è una di quelle cose che ovunque io sia mi ricollega all’Italia. Provo a scirvere questo post, consapevole che bello non è perchè non può spiegare tutta questa confusione di un ennesimo ritorno a casa, parzialmente vuota, di fronte a un futuro tutto da colorare e da riempire con le scelte che faremo.
Prendo i colori, questa volta pastelli e non pennelli, per questo anno che comincia e che vorrei fosse colorato ma non dalle tinte brusche. Stasera ho bisogno di pastelli per attenuare le domande sulle scelte che faremo. La vita succederà. Mi piacerebbe. Magari un giorno, che quel disegno a pastello fosse tutto vero seppur non sappia ancora cosa. Come.
E la cosa più strana è che ho paura ad entrare da solo sotto le coperte e che forse la vera paura si chiama ricominciare.
Il feretro apparve sulla porta della chiesa.
Agghindato. Tripudio di corone e di ghirlande. Nastri e fiori.
Ci fu chi, passando, pensò a un regalo di Natale.
Il più grande, mai visto, in vista sua.
Il Cavaliere «Io do una cosa a te, e tu dai una cosa a me» disse il Cavaliere alla Sirena.
E lei: «Io lo so bene quello che tu vuoi, ma non quello che mi dai».
«Ti do l’amore» lui, allora, le rispose.
Fu così che la Sirena finì in una scatola di tonno.
Black & White In un mondo dove il bianco non finisce di detestare il nero e viceversa, la pacifica convivenza del latte col caffè commuove.
La Miss.
Seduta sulla sponda del letto, si accarezzava le cosce e, scuotendo la testa, disse: «Guarda un po’, quanta grazia di dio sprecata».
L’amica non ebbe il coraggio di ricordarle che erano trascorsi sessant’anni da quando quelle cosce avevano vinto il loro ultimo concorso di bellezza.
Il gentile stelo scosso appena dalla brezza. La corolla, la preziosità di una costellazione di petali minuti.
Il fiore stava sul ciglio, lui lo vide. Si accucciò, allungò la mano, si protese. Proprio lui, negazione di ogni poesia!
Lo ritrovarono i cani. Giorni dopo. Sul fondo del precipizio sottostante.
Nessuno ebbe dubbi: «È un delitto». Dissero che ce lo avevano buttato.
È incredibile come la gente a volte pecchi d’immaginazione.
La salma decollò da New York per la tumulazione del caro estinto, Ragusa Pasquale, nel paese natale, in provincia di Messina.
L’aereo stava volando in pieno Oceano quando si appurò che la bara non era di Ragusa Pasquale, spedito invece a Sidney, in Australia.
A Sidney, Ragusa Pasquale fu ricaricato sul primo volo per l’Europa. L’aereo faceva scalo a Teheran, dove atterrò all’apice di una drammatica querelle tra i governi iraniano e americano.
Dai documenti di accompagnamento, R. Pasquale figurava cittadino degli Stati Uniti. Le autorità iraniane ne trattennero la salma, in ostaggio.
Sbloccata la situazione, R. Pasquale fu consegnato a una speciale commissione, e traslato a Bagdad. La bara finì con quelle di alcuni caduti militari americani, dirette negli States.
R. Pasquale si ritrovò al punto di partenza, a New York.
La cassa avvolta nella gloriosa bandiera a stelle e strisce. La prospettiva di essere sepolto – salutato da salve di cannone, con gli onori militari – ad Arlington, il famoso cimitero degli eroi di guerra.
Fu un oscuro scritturale, zelante caporale.
Spulciò, controllò. Accertò che R. Pasquale era estraneo a qualsivoglia episodio di eroismo.
La cassa fu precipitosamente spogliata da ogni bandiera.
Disadorna, anonima, fu infilata su un cargo.
Daccapo diretta per l’Europa.
La traversata si stava svolgendo regolare quando – Europa praticamente in vista – si scatenarono pericolose turbolenze. Il cargo ripiegò su Rejkiawik.
Da Rejkiawik, in Islanda…
Bè, Ragusa Pasquale, da vivo, era stato pilota d’aereo.
Volare, evidentemente, era il suo karma.
E’ un mese strano quello di Novembre. La gente si ritira in casa. E sembra che anche stare su internet a scrivere, pensare e discutere come si faceva a primavera sia un peso troppo grande. C’è chi sonnecchia. C’è chi c’è ma solo a sprazzi. E poi c’è chi in ogni stagione ne inventa una nuova. Uno di questi ultimi è GuSPE che con grande piacere ritorna con un nuovo format: “SNAP SHOT”. Delle istantanee scattate con l’inchiostro e la sua capacità impressionista che abbiamo conosciuto in HELP! A voi.
Trovando poco dignitoso scippare le vecchiette, Salvatore C. decise di passare alla rapina.
Studia gli sportelli di una banca, si cala il passamontagna sul viso, supera la soglia, una donna gli si para davanti, lui le sferra una coltellata alla gola, lei la schiva e lo abbatte con un colpo di pistola.
Chi lo avrebbe mai supposto? Da una donna così esile e minuta lì in fila per pagare una bolletta?
Chi lo avrebbe mai supposto ch’era maresciallo dei carabinieri?
Ragazzi, dopo il successo digitale di Help! testimoniato dai tanti commenti e apprezzamenti pubblici e privati ecco che una nuova storia arriva a colorare di Giallo (anche se è scritta in blu) le righe di questo Blog. Un autore internazionele, un talento innato per la creatività, il capello, la satira, il misticismo e l’astrattismo delirante. Signore e Signori, i Pennellisolari sono lieti di presentarvi UNA STORIA VERA, originale, un susseguirsi di vicende, incontri e colpi di scena che sconvolgerà ognuno di voi lettori … Un trama avvincente e solo “vagamente ispirata a un’altra storia” (ma proprio alla lontana eh, chiadiamo subito perdono a GuSPE confidando nella sua clemenza – l’autore stesso in uno dei suoi rari momenti di lucidità sottolinea l’intento ironico). Senza altri indugi ecco a voi: POMOGI!
Stanotte, al rientro, appena sul pianerottolo, mi sembra di intravedere in un angolo buio la forma di una grande matriosca mozzata. Di corsa mi barrico in casa e appena chiudo la porta mi attacco allo spioncino per capire e vedere cosa ci facesse quel mezzo pezzo di bambola russa lì, il silenzio mi serviva per captare ogni minima vibrazione fuori dalla porta, trattenevo il respiro per non far rumore con il mio stesso fiato… silenzio____________________: PRIVIET!!!! (ciao)
- Cazzooooo Irinaaaaaa! Tu mi ammazzi così…
- ma io volere fare sorpresa all’Amore mio…
- eee… la sorpresa il Cazzo…A momenti mi viene un coccolone… Ti eri anche chiusa da dietro pensavo non ci fosse nessuno…
- siii tu mio coccolone… scusa me mio gattino… Sai che io non farebbi mai te del male…
- Irina da quanto tempo stai prendendo lezioni di italiano da quella pseudo insegnante madrelingua dal nome Svetlana?
- che importa ora? Comunque9 mesi…
- ecco, farebbi meglio a cambiarla al più presto…
E comunque ero qui perchè sul pianeroottolo di casa nostra c’è una mezza matriosca, capisci? È orrendo…
- Oh porco Putin… È terribile…
- proprio tre giorni fa parlavo della maledizione della mezza Matriosca in ufficio con Igor… E terribile quello che è successo alla sua ex quando in casa si è ritrovata la sua matriosca gambizzata…
- mi spaventi così mio coccolone… Sai che io sono molto strumentiziosa…
- 1- ricordami di chiamare il dottor Zanichelli per farmi siegare la parola che hai appena detto…2-il nome coccolone dimenticalo…quando cavolo mi chiamerai con il mio vero nome?
La conversazione è andataavanti ancora5 minuti, poi Irina mi ha trascinato in camera e con la sua “dolcezza” mi ha calmato l’animo…
Questa notte dormirò molto poco pensando alla mezza matriosca, al suo pezzo mancante e alla maledizione che può trasferire se solo una delle 2 metà capiti tra le mura di casa mia… Per ora cerco di addormentarmi, sempre se la seconda metà della mia bambola in carne ed ossa “Irina” non decida di tenermi sveglio con la sua maledizione e la sua “dolcezza”…
È ufficiale, è iniziato l’inverno. Lo capisci dal bombardamento mediatico di jingle, voci e canzonette che capti tra uno zapping e un altro, paginoni di quotidiani con facce di sconosciuti che, diventano noti in meno di 24 ore, e la radio e tutte le homepage iniziano raccontare vite e gesta di Tizio, Caio e Sempronio. Allora, ti metti comodo e prepari l’arca perché, adesso, la pioggia di vacue informazioni si sommerà a tutti i pianti e gli isterismi dei vari Amici di Maria, delle storie strappalacrime dei concorrenti del Grande Fratello (perché se non hai un trascorso triste da sputtanare in tv, beh allora sei fuori), dei vecchi amori e gli incontri aspettati dietro a una busta, delle eliminazioni di promesse voci dalla, già colma, discografia italiana e delle corteggiatrici non scelte da buzzurri tronisti in striminzite camicie e petti glabri.
Lacrime inflazionate, pianti sottopagati alla mercé di occhi senza identità, sofferenza passata da far emergere nel momento opportuno. La vittoria del pietismo, la strumentalizzazione del dolore. Attori o meno, qui ci si ritrova, ad emulare atteggiamenti dannosi, dove il più furbo riesce a imbonirti con qualche sua esperienza apparentemente normale, ma romanzata con tutti i crismi eteromediatici, capaci di trascinarti nel vortice della compassione. E a volte, vorresti provarci pure tu. Immagini di sederti davanti a un professore, e improvvisamente, invece, della risposta a quella fottutissima domanda, gli racconti che gran periodo di merda che hai dovuto attraversare. Sei convinto che, almeno un cazzo di 28 glielo riusciresti a strappare. Mettendoci pure qualche lacrima, al 30 ci arrivi sicuro sicuro. Ma poi vedi che, non c’è nessun televoto da casa, allora concentrati e cerca d’alzarti da quella sedia, con almeno un diciotto. Se no, vedi poi come piangi!
Emozioni come il pianto, hanno bisogno di spettatori di un certo livello, non tutti possono capire per chi o per cosa stai lì ad inondare fazzolettini di acqua e sali. Non è una selezione che t’organizzi precedentemente, ma se improvvisamente, avessi questa voglia di emettere tutte quelle sensazioni negative, dovresti pensarci e custodirti, in un modo o in un altro, per vari motivi:
1. Se piangessi con rumorosi singhiozzi, in strada o in un locale pubblico, aspettati qualcuno che venga a dirti “tutto ok?” Allora pensi “No. Ma ti pare che se andasse tutto bene starei qui a disperarmi?” Invece ti limiti a dire di sì, o nell’ipotesi più remota e disperata, saresti in grado di abbracciare chiunque si sia premurato di avvicinarti… e non sempre è consigliabile.
2. Se piangessi col freddo, la tua faccia assumerebbe le sembianze delle Grotte di Castellana, stalattiti a iosa e un viso on the rocks. Dovresti fermare qualcuno per infilarti dentro il suo giaccone… e t’assicuro che, non sempre è consigliabile.
3. Se piangessi col caldo, il sole ti farebbe evaporare così velocemente i rivoli di lacrime che, ti attraversavano le guance, ottenendo due aloni biancastri lungo la faccia, da farti assomigliare a qualche personaggio manga. E prima che il tuo volto, diventi imperturbabile, per effetto pelleseccaeabucciad’arancia, dovresti fermare qualcuno per chiedergli una salviettina imbevuta che, di solito, tengono sempre le vecchine pettegole… e per ovvie ragioni, non sempre è consigliabile.
Ma se non ti curi affatto di questi tre punti, beh allora cerca di piangere di gioia, come farà un ragazzo appena vedrà suo nipote Mattia, come quel mio amico che non piangeva mai (non so se per una posizione ideologica o proprio perche non gli venisse), lo stesso che, qualche sera fa, un po’ trattenuto, mi confessò di aver pianto poche volte e che, nel mezzo delle emozioni c’ero pure io (io piansi appena varcata la porta), come quel tizio che adesso sta ascoltando Misread dal vivo, come quando salutai quell’altro, alla stazione, dopo tre giorni di sole, vento e di jazz, come quella cara amica che, ha rumorosamente riso con le lacrime, nel silenzio di un teatro meneghino. Lacrime lasciate dentro qualche libro, nei capoversi delle poesie, tra i pentagrammi di alcune canzoni, tra i bordi di una fotografia, sui cuscini di un’estate che è andata, dentro le pellicole di quel film in bianco e nero e di quell’altro pieno di girasoli, tra i capelli della sua donna e Hospital Beds in sottofondo, tra i binari di treni in partenza, nei messaggi da rileggere in notti insonni e lacrime che svegliano le madri… e bambini che, come racconta Pessoa, non dicono “Ho voglia di piangere”, come direbbe un adulto, ma “Ho voglia di lacrime”.
E nel tormento, negli amori persi, nei dolori incontenibili, nelle paure disarmanti, è i quei momenti a volte così lunghi, così accidiosi, così stremanti, che occorrerebbe farsi una bella auto-lavata di capo e dire vado avanti, oppure scegliere una via alternativa e più semplice, provare a cambiare… shampoo.
E già, come preannunciato questo è l’ultimo. L’ultimo di 26 post. L’epilogo di una storia, Help!, partorita appositamente per questo blog da uno scrittore rimasto sempre nell’ombra per la durata di tutto il percorso. La puntata numero 1 era andata in onda il 13 Maggio e oggi, a 5 mesi di distanza, concludiamo la narrazione e questo esperimento che speriamo sia stato apprezzato. I vecchi post li trovate qui (dal post 14 al 25) e qui(dal post 2-13)… occhio a leggerli dal basso verso l’alto sennò vi viene fuori un’altra storia di cui non siamo responsabili, almeno non volontariemente.
Che dire, ringraziamo GuSPE per aver partecipato a questa piccola avventura che sono i Pennellisolari. Mi auguro possa tornare a trovarci spesso, di quando in quanto, come si fa fra amici, per raccontarci un’altra storia, altre riflessioni e altra vita. Di quello ne avremo sempre bisogno. Casomai saremo noi la prossima volta a urlare: Heeeeeelp!
Tutto così improvvisamente da non sembrarmi vero.
Dalia è partita stamattina. Destinazione, Canada.
Sono ancora talmente stordito da non riuscire a rendermene conto.
Posso soltanto dire che tutto è proceduto secondo le migliori regole degli addii toccanti.
Tranne un particolare. Che…
Sì, c’entra la mano.
Eravamo usciti sul pianerottolo, stavo chiudendo la porta, Dalia si avvicina e mi sussurra: «Sai, quel giorno a Ferragosto?… Al pranzo?… Quando mi sono alzata e ho detto di avere visto la mano…».
«Sicuro, lo ricordo come adesso…».
«Beh, è vero»
Silenzio.
«La mano l’aveva vista sere prima… Prima che fossi tu a vederla!».
«E NON ME L’HAI MAI DETTO?».
«Sono stata lì, più di una volta. Ma…».
«Ma?»
«Quella faccenda ti aveva troppo colpito e conoscendoti…. Ho pensato di non buttare benzina sul fuoco, ch’era meglio che tutto finisse… Così… Col tempo…».
«Allora non sono pazzo, la mano c’era, ed era vera».
«Lascia perdere, è acqua passata. Qualsiasi cosa sia, che te ne frega?»
Già.
Che me ne frega?