Questa è una delle tante, famose, lettere che Van Gogh scrisse a suo fratello Theo. Da sempre quando leggo le parole di questo artista assurdo e geniale tendo a sentire una sorta di corrispondenza che certamente viene amplificata dall’omonimia.In un’altra lettera mai spedita Vincent, quell’altro scrisse: “per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione … ”. Certo io sono molto lontano dal fare entrambe le cose, benchè dalle cazzate che dico a volte un pò anch’io sento che la ragione non sempre mi accompagni a dovere. Ad ogni modo, ritrovarsi in certe riflessioni è un piacere per l’anima e una botta di fiducia per l’orgoglio credere, per la durata di poche righe di avere gli stessi occhi di uno che gli ha saputi usare così.
Al di là di quelli che saranno i vostri pensieri (condivisi o meno, spero la prima) mi auguro che queste righe possano essere motivo, per qualcuno o per molti, di riflessione sul concetto dell’ozio, della solitudine e sul valore di un certo tipo di condivisione, sulla qualità del tutto, sul peso di ogni cosa.
A presto
“C’è fannullone e fannullone. C’è chi è fannullone per prigrizia o per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi prendermi per uno di quelli. Poi c’è l’altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell’impossibilità di fare qualcosa, perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle cirscostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d’istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d’essere! So che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire? C’è qualcosa in me, che è dunque? Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale. Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c’è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c’è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: “gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata”, e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore. “Ecco un fannullone” dice un altro uccello che passa di là, “quello è come uno che vive di rendita”. Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. “Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!”. Quel tipo di fannullone è come quell’uccello fannullone. E gli uomini si trovano spesso nell’impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente orribile… Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede “Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l’eternità?”. Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita”.
C’è bisogno di bellezza. C’è così dannatamente fame di bellezza che non ci si stancherebbe mai di riceverne. Non c’è congestione. C’è solo perfetta aderenza tra ossigeno per i polmoni e per la testa. Non ci siamo rassegnati mai a questa necessità. Uso il plurale perchè so che nessuno l’ha fatto. Siamo caduti spesso nei ritmi delle cose perdendo i nostri. Ne abbiamo concesse di vittorie agli altri, agli eventi, ai raffreddori invernali come pure ai No delle persone che abbiamo amato.
Ma siamo qui. Come sempre, siamo ancora qui a raccontarlo. A raccontare di noi.
Continuiamo a esserlo perchè non abbiamo granchè scelta. Non è questione di coraggio questo rinunciare alla massiccia dose di cinismo che prima o poi, così dicono, entrerà a far parte di noi. E’ questione di essere fatti così. Di essere sognatori malgrado tutto. A volte persino malgrado noi stessi.
Stasera, in una stanza silenziosa, mentre in Tv vanno la Champions League, un programma sull’andamento del mercato immobiliare e davvero poco altro, chiamo a raccolta le immagini che si stanno incastrando l’una all’altra in questa anticamera d’inverno. L’album nuovo di Ivano Fossati (Musica Moderna) e le note di un nuovo gruppo, i Calexico, scoperto grazie al solito: “ascoltali, questi ti piaceranno”. Parla con me che va in onda 5 giorni a settimana anzichè uno solo. Il libro di Carofiglio, Ad occhi chiusi che mi fa ridere e piangere. Il ricordo di un gran film visto tre giorni fa: Lezione 21, e l’attesa per il week-end della festa dei teatri in cui di palcoscenici ne faremo scorpacciata.
Chiamo a raccolta certezze, insicurezze, l’immagine di camere che si colorano di tinte nuove a coprire il bianco perso. Penso a Nick che so che c’è, che sta sveglio, sempre all’erta per non cedere a nessun ozio da appagamento. E questo mi fa sentire al sicuro. Penso a Giò, che di tanto in tanto torna ad affacciarsi a Milano e ci ritira dentro la sua spirale di puttanate e di pensieri filosofici come sempre vivendo da fiume in piena. E questo mi fa capire che non è ancora il tempo per i ricordi. Penso a Maurizio che tra un pò ci dirà che partirà ancora per cercarsi, trovarsi e perdersi. E questo mi fa sentire che abbiamo ancora tanta strada d’avanti.
Stasera sono qui, da solo, con il mio thè fumante di fianco al pc, innamorato delle coincidenze, degli incontri inaspettati, dei miei amici e soprattutto di una ragazza che ha la mia stessa testa dura.
Stasera il silenzio parla e parla bene e gli occhi non hanno bisogno di buonanotte per credere alla prossima “goccia di splendore”.
Ai fratelli simone, diavolo e acqua santa, fermento e pazienza, sole e luna, panna e cioccolato… sale e pepe… ecc. eccc.
E per una volta, più di tutti a Gio, casomai si ritrovasse nelle ultime righe di questa mia incursione della sera prima di uscire dall’ufficio. Non so ancora con chi sono più d’accordo nel dibattito eterno ribadito nei commenti al post precedente. In tutto questo disorso però inizia a farsi sempre più chiaro un pensiero che in qualche modo si accomoderà nelle teste di tutti trovando il suo posto.
Scrisse un giorno Thomas S. Eliot: “il fine di tutto il nostro esplorare sarà di giungere al punto da cui siamo partiti e di conoscere quel luogo per la prima volta”.
Storie, versi, strani pensieri. Strade impossibili e veri misteri. Una serata che è come un piccolo tesoro nell’Isola (il quartiere) avvolta nella pioggia calda di maggio. Le pareti becco d’oca sono quelle d’un circolo Arci a misura di Pennellisolari, quelli che leggono sono Gaia, Luigi, Fernando e Marco, quelli che fanno i cazzoni al banco del bar, al microfono e che distribuiscono i preservativi sono Vins e Nick. Il resto…. beh, il resto sono amici di cui andiamo fieri e belle ragazze di cui aspettiamo il numero di telefono per essere appagati da tutto sto elargire di cultura letteraria.
Ecco quant’è stato Sparizioni secondo il racconto video e fotografico.. tutto quello che non trovate qui dovete immaginarvelo… perchè è sparito allo scoccare della mezzanotte.
Intanto, per gli amanti dell’ultima pagina delle antologie, ecco la bibliografia della serata: L’amore in bocca di Marco Rossari (il lettore con la barba) Altrotempo di Fernando Coratelli (bis … bis.. e tutte le direzioni) Ieri di Agota Kristof Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj di Nicola Lagioia Agnes Browne mamma di O’Carroll Non avevo capito niente di Diego De Silva Soffocare di Chuck Palahniuk Salto mortale di Luigi Malerba.
Alla prossima (e ci sarà.. ne potete stare certi)
Pennellisolari
Pensavate che dopo il successo della festa vi avremmo abbandonato per appagamento? Pensavate che la pioggia padana avesse annacquato la nostra creativita?
Se fosse così, vi sbagliavate!!!
Siete tutti invitatti al nuovo evento dei Pennellisolari:
APERITIVO + READING ‘LE SPARIZIONI’
Giovedì 22 maggio ore 20:30
Circolo Arci Metissage – via Borsieri 2 (entrata da via de Castilla) – Quartiere Isola – Milano.
Aperitivo a seguire Le Sparizioni…chi l’ha reading?? ‘Rimasi a fissare la parete di fronte con i fogli in mano, forse cercavo un codice, una chiave interpretativa. Era già pomeriggio, non avevo neppure pranzato: Giulia continuava a non dare segni di vita… Riprovai senza convinzione al suo cellulare, rispondeva sempre la voce preregistrata. Provai a pregare.’ (per i curiosi: altrotempo.fernandocoratelli.com/)
PERFORMANCE ORALE con letture da Malerba, Kristof, Lagioia, De Silva, Palahniuk, Cortazar, O’Carroll…e dei due autori emergenti Fernando Coratelli e Marco Rossari. LA LETTERATURA COME NON L’AVETE MAI ASCOLTATA!!
a cura di MacchiaUmana e Pennellisolari.
Ingresso con tessera Arci
Se non avete la tessera Arci portete acquistarla a 12 Euro (aperitivo e consumazione inclusi nel prezzo).
A me gli avvocati, diciamo così, per categoria, non piacciono.
Ecco, dopo aver perso una manciata di lettori, come si dice dalle mie parti: chi mi ama mi segua.
Questa qui dovrebbe essere la recensione di un libro, dico dovrebbe perché a me la parola recensione fa pensare a qualcosa di istituzionale, di preciso e ben scandito.
Un compito in classe insomma.
Ed io non sono capace di re-cen-si-re un libro.
Forse un integrale o una trasformata di Fourier si, ma un libro proprio no. No.
E’ incredibile (lo diceva Proust da sempre…ma tu i postulati sensati non li capisci se non li ‘’tocchi’’ con mano) come un libro ci possa spalancare scenari e punti di vista su noi stessi. Leggiamo qualcosa di storicamente, geograficamente, sessualmente e qualsiasi altro venga in mente lontano da noi, eppure quel qualcosa ha l’effetto di accendere una lampada alogena su di noi. E ci riconosciamo.
La cosa sconvolgente (per me, s’intende) è che tutto ciò possa capitare attraverso la storia di un avvocato, di un viveur della modernità: ovvero un ‘’colgado’’ (x dirla alla spagnola, eh), un figlio della precarietà nel senso più largo e profondo che vi possa venire in mente.
Precarietà familiare (separato cioè), affettiva (vedi prima), lavorativa (la concorrenza è tanta, troppa), sociale (vedi prima).
Una persona normale, in fondo, diremmo oggi.
Ecco allora l’idea del contropiede, ed è lo stesso Vincenzo (l’avvocato di prima, s’intende) a suggerirla: tirar fuori un briciolo di personalità e dirla, anche se lo sai che è una stronzata grandissima, la stronzata (appunto) che hai appena pensato. Sconvolgere il normale corso delle cose.
Come un lancio di 40-50 metri che il libero (che bello questo nome…peccato non esisti più) fa dal limite della propria area di rigore mentre è assediata, ed allora, il numero dieci della sua squadra stoppa e mette giù quel pallone e corre verso la porta avversaria. NONCENEFREGANIENTE se finalizza o no l’azione, lui corre, deve correre il nostro numero dieci, verso qualcosa, una opportunità, una possibilità.
Ah, quasi dimenticavo che non mi piacciono i post troppo lunghi sui blog.
(almeno il titolo ve lo dico: Non avevo capito niente, diego de silva)