A tutte le donne … per questa giornata così tanto sentita da alcune e così poco da altre.
A quelle che stasera avranno finalmente un motivo per lasciare a casa i propri mariti panzoni e andare a vedere uno spettacolo di spogliarello maschile
Alle quote rosa,
A quelle che sognano di fare il presidente del consiglio o la velina… tanto sempre spettacolo è…
A quelle che lavorano più degli uomini e a quelle che invece di competere con gli uomini da loro si fanno mantenere,
ma anche e soprattutto …
A lei, che dalle 9.00 di stamattina fino alle 18.00 di stasera farà starnuti a ripetizione perchè in ufficio, cazzo, nessuno l’ha ancora capito, dopo anni, che è allergica al polline e continua a farle trovare puntualmente un mazzo di mimose sulla scrivania. ma come fa a dirglielo? è l’unico gesto carino che hanno la decenza di rivolgerle.
A tutte loro una canzone che parla di donne… e ne svela intimamente la bellezza… si insomma più o meno…
Il webmaster nonchè fondatore di “questo cazzo di blog” (cit.) ha dichiarato in una nota sintetica diffusa in mattinata:
“ringrazio anzitutto Giò essenzialmente per una cosa, per aver citato ottomilionisettemilacinquecento volte (centinaio più, centinaio meno) il mio nome nel suo post precedente. Storicamente una cosa così non era mai successa nè, presumo, mai ricapiterà. Dunque mi godo il momento di fama e vado a verificare se, viste tutte le occorrenze del mio nome, questo blog da domani venga fuori al primo posto in google quando si scrive la parola “VINS”.
Ok, smarcata la parte seria del mio intervento procedo a commentare i contenuti dell’intervento del mio amico fraterno. Ci tengo a fare un chiarimento. Qui, per quanto mi riguarda, nessuno chiede autorizzazzioni a nessuno per scirvere un post. Cazzo! (intercalare che simboleggia decisione) per me l’opinione degli altri è una cosa sacra, non faccio il censore o il sommo sacerdote che ha la verità in mano (anche se spesso credo di avercela, perchè sono supponente di natura).
Io, piuttosto, ho sempre e solo chiesto a tutti voi – amici e compagni di blog – di inserire i vostri post in bozze in modo che poi ne distribuissi la pubblicazione nei giorni migliori evitando sovrapposizioni. Era solo una questione pratica di fruizione e mai di contenuto in sè. Non ho mai (o quasi) letto un post prima che andasse online a dimostrazione che se in disaccordo con quanto espresso preferisco dirlo dopo, nei commenti e non prima dicendo “non lo pubblico”. Per cui quando Giò, dimostrando uno scrupolo e un rispetto anche più elevato di quello che gli richiedo, mi ha chiesto se poteva pubblicare il suo post su tematiche politiche l’unica cosa che gli ho SUGGERITO era di inserire qualche riga sua personale in modo che non risultasse un mero copia e incolla di un comunicato stampa ma che fosse una notizia comunicata in maniera da esprimere un punto di vista.
Qualcuno dirà: ma è un punto di vista “schierato” rispetto a un concetto già schierato di per sè. Certo ma è proprio questo che vorrei sempre, che emerga la personalità di ognuno il più possibile, altrimenti questo blog non serve a niente. Personalmente potrei andare a leggere le notizie sul corriere.it o su fonti più attendibili no? Qui dentro non voglio essere neutrale, non voglio che lo siate voi, non è un tavolo professionale per cui abbiamo l’obbligo di lasciare a casa le nostre opinioni e concentrarci sull’obbiettivo del profitto. Qui si può essere in disaccordo. Questa è la vita, CAZZO, non è un corso di bon ton nè di SVIZZEROLOGIA. Volete dire il contrario di quello che dice qualcuno: Ditelo. Volete dirgli che è un cretino: Diteglielo. Volete dirgli che non deve politicizzare il blog: ditegli anche questo ma fatelo qui dentro, arricchirete della vostra amata democrazia questo posto anzichè soltanto una chiacchierata esterna tra 3 persone e in più conferireste al blog quello che davvero sarebbe bello diventasse un punto di incontro con personalità diverse e sfaccettate piuttosto che la creazione a immagine e somiglianza di Vins (che peraltro ha un blog suo e la sua identità la esprime già in quello).
Infine, e chiudo la solfa, sul concetto che su questo blog non parliamo di politica la mia visione è molto poco mediata e mediabile, nel senso che per me in ogni cosa che scriviamo stiamo parlando di politica, semplicemente non parliamo di partiti o personaggi politici, ma sticazzi… credete sia questa soltanto la politica? Ecco se pensate sia questa allora spiegatelo alla gente che mi dice che sono di sinistra senza aver mai letto nulla scritto da me che parli di vendola o del pd o di rifondazione o di marx ma solo post “esistenziali”…. almeno la smettono di rompermi i coglioni (che poi nessuno abbia ancora capito un cazzo di me perchè io non sono di sinistra ma anarchico… questo è un altro discorso. Ma il mio intervento è già troppo lungo così.)
Penso alle luci che si riaccendono. Ai titoli di coda scappati via fino all’ultimo.
Rilassato eppure con la sensazione di aver puntato mani e piedi sulla sedia. Come a non volermi muovere, perchè di muovermi di fatto non ne ho voglia. Fa una specie di pulizia. Il cinema intendo.
Duecento persone, quattrocento… mille… eppure quando il film inizia in quello stanzone buio ci sei solo tu e per due ore, portaputtana, nessuno chiede, nulla succede eppure succede tutto: ridi, accelera il cuore, piangi come un tempo piangeva qualcuno che hai scordato, i sogni vanno, desideri qualunque cosa. Ti basta, sei al sicuro, per quelle due ore. E’ così ogni volta.
Io sto per conto mio, quasi sempre. Come se quelle luci non si riaccendessero alla fine del film. Tante volte sto per conto mio anche quando sto con gli altri e qualcuno se ne accorge, credo, molto più di quello che da a vedere. Non ho mai capito se sono circondato da amici educati o amici rassegnati al mio essere così. O forse se ne fregano e basta.
Insomma, non sono l’amico migliore che si possa desiderare di avere. Lo so. Se qualcuno lo pensa ha sopravvalutato il mio altruismo. Se qualcuno lo spera, perde tempo. Se qualcuno crede che stia facendo la vittima si sta facendo fregare dall’esca.
So di provarci a essere amico di qualcuno e che nei vostri giorni più difficili, quando la merda sembra non darvi respiro ho solo la pazienza per fare una cosa. Portarvi in alto, su una scogliera, davanti ad un alba e, arrogandomi il diritto di averla dipinta io, quell’alba, dirvi: “ecco, vedi questa davanti è la bellezza, li sotto invece tutto finisce. Adesso se hai i coglioni scegli”. Io, da amico, so solo sfidarvi. Anche quando di forza per accettare la sfida non ne avete.
Stasera tutti sono a un concerto che pare essere irrinunciabile. Io invece, adesso, sono in questa camera. Per me così irrinunciabile non lo era. Ho una specie di urgenza. Una grande, da valere la tv spenta e poca musica alternata al silenzio sullo sfondo.
Sulla scogliera, là in alto, stasera mi ci sono portato da solo, dimenticandomi che a quest’ora non c’è nessuna alba di cui vantarmi. Poco da scegliere.
Eppure nel momento stesso in cui mi rendo conto che non ci sono sorprese, che la bellezza è finita e forse sono il peggior amico persino per me stesso una ragazza, dal nulla, mi scrive qualcosa. Una cosa semplice, tipo: “ciao”. Era di un’estate di sette anni
fa, l’ultimo ricordo. Lei dice di avermi pensato, qualche volta. Mi racconta, dice di aver vissuto. Sono certo l’abbia fatto. Dice di amare De Andrè. Le rispondo che sto sorridendo. Lei non capisce cosa esattamente intenda. Non l’ha vista ma c’è: l’alba.
“Ogni tanto capita che dei musicisti rotolino a ritmo di blues tutti nella stessa cantina.
A quel punto succede che qualcuno da il quattro e ci si trova a correre per le valli del folk, i bordelli del jazz e le galere del blues.
A noi capitava talmente spesso che ad un certo punto pensavamo fosse diventata una malattia, allora abbiamo chiesto ad un medico;
ha detto che non era niente di grave,
ha detto che eravamo solo una calmaorchestra.”
Denominazione sociale: Brunori Sas di Dario Brunori & co.
Oggetto sociale: ginocciha sbucciate, palloni bucati e ragazzi di provincia, il mare d’inverno e le cotte d’agosto, pugili e fiorellini stracciati.
La musica di Brunori Sas è semplice e diretta, con un’orecchiabilità da voler prendere la chitarra e srimpellare giri da spiaggia. Dario si racconta tra rabbia e malinconia attraverso sonorità retrò che viaggiano tra ricordi d’infanzia e problemi della vita di tutti i giorni.
Dopo aver vinto il premio Ciampi 2009 come miglior esordio dell’anno “l’azienda di suoni e parole a conduzione familiare” ha fatto tappa anche al JetCafè, serata indimenticabile!
E’ tutto un limbo. Limbo strano però. Tutto si muove e resta fermo. Tutto cambia senza mai cambiare veramente. E in questo limbo, da qualche settimana, ci è finito pure questo blog.
Post di qualcuno, commenti, sparuti, di qualcun altro. Mi chiedo se sia il freddo. Si, forse effettivamente è il freddo. Dev’essere quello. Non posso credere che ognuno si sia scelto il silenzio come salvezza per questa stagione.
Sono successe cose che hanno stravolto la vita di qualcuno, altre che invece la vita di qualche amico l’hanno cambiata piano piano fino a renderla poco riconoscibile a noi che gli siamo attorno e forse anche a sè stesso.
Sono successe cose che qui dentro, tra questi milioni di righe scritte di getto o pensate a lungo, nessuno troverà mai perchè è vero che non tutto può essere scritto e che non tutto vuole essere scritto. E così, in questo silenzio che insiste ci stiamo muovendo lo stesso, in punta di piedi, con calzini spessi per non sentire il pavimento freddo, parlando ognuno con il confessore che si è scelto, ognuno attento a guardarsi dietro per essere certo di non essersi perso la propria ombra.
E’ quando inizi a desiderare che scoppi improvvisa la primavera che forse il sangue ritorna a girare nelle vene, la mano a formicolare, gli occhi a scrivere. E via dal limbo. E io spero che da quella parte, qualcuno di voi abbia già iniziato a farlo. Ne verremo fuori, nel bene e nel male.
Oramai è diventata una tradizione, un mio piccolo lavoro a base di foto, un calendario da rivedere carico di ricordi ed emozioni che raccontano sprazzi di Pennellisolari durante tutto il 2009. Non voglio aggiungere altro se non: buona visione.
Mi piacerebbe che fossimo più felici di ciò che abbiamo. Mi piacerebbe che fossimo più consapevoli del dove siamo stati e cosa siamo stati. Mi piacerebbe che i pennellisolari fossero molti di più e che nuove idee arrivino a sconvolgere i nostri monotoni piani di uomini che rischiano sempre meno col passare degli anni. Mi piacerebbe che il futuro fosse molto ma molto più meraviglioso di quello che riusciamo ad augurarci con quei penosi messaggini in serie che rivedremo oramai a Pasqua. Mi piacerebbe che Milano fosse un quartiere di Bisceglie per poterci andare più spesso a passare i sabato sera e che NYC e Londra fossero più vicine e accessibili. Mi piacerebbe che ognuno di Noi avesse più tempo libero per viverci, piuttosto che per scriverci e che la lontananza anche fisica non arrivi mai a separarci.
Probabilmente i sogni e le idee di questa notte sono fantasie che non appartengono a questo mondo. Pensieri e progetti a cui mi voglio aggrappare prima di tornare, dopo un mese, al mio mondo italiano. Quest’anno devo avere più tempo per me e lavorare meglio cioè meno. Devo fare più sport, non farmi rapire dalla frenesia del alvoro e dai difetti della nostra società e bla bla bla.
Intanto la mia prima mezzanotte italiana sta scoccando, solo in una casa che Mia solamente non è più, con il solito sballottamento e vuoto interiore di chi torna da viaggi lunghi e lontani che non sanno di vacanza ma di vite vissute lontano da quel LI’ dove sono abituato a immaginarmi per sempre (Bisceglie). Ma il sempre è minacciato, in me, da sempre. L’Australia, l’America, ogni dove per trovarmi sperduto nel mondo e rifugiarmi poi nelle lenzuola di casa e sentirmi non più protetto come un tempo. Indifeso dal mondo contrariamente a quando da bambino sotto le lenzuola o meglio in quelle in cui dormivano Papà e Mamma, sentivo che nulla potesse succedermi di brutto.
Oggi un solo rifugio mi porta quella serenità, una casa affettiva e non fisica che ha un nome preciso. Ma fuori …
Fuori echeggiano i nostri dubbi, quesiti, paure, e allo stesso tempo entusiasmi, voglia di cambiare, di ricrearsi in un posto dove per ennesima volta non le nostre famiglie e le nostre storie e tradizioni, ma le nostre scelte ci definiscano come nuove entità. E di qui a chiederci se centrano i soldi, i guadagni, i figli, la casa, il matrimonio, se questi viaggi alla fine non facciano solo che turbare i nostri equilibri.
Provo a scrivere queste poche righe non sapendo neanche perchè lo stia facendo pur di scrivere un post in un blog che è una di quelle cose che ovunque io sia mi ricollega all’Italia. Provo a scirvere questo post, consapevole che bello non è perchè non può spiegare tutta questa confusione di un ennesimo ritorno a casa, parzialmente vuota, di fronte a un futuro tutto da colorare e da riempire con le scelte che faremo.
Prendo i colori, questa volta pastelli e non pennelli, per questo anno che comincia e che vorrei fosse colorato ma non dalle tinte brusche. Stasera ho bisogno di pastelli per attenuare le domande sulle scelte che faremo. La vita succederà. Mi piacerebbe. Magari un giorno, che quel disegno a pastello fosse tutto vero seppur non sappia ancora cosa. Come.
E la cosa più strana è che ho paura ad entrare da solo sotto le coperte e che forse la vera paura si chiama ricominciare.
Così, con un paio di puntine al posto giusto, questo 31 dicembre stende in cielo un tappeto azzurro di quelli che proprio finirai per ricordarli per tutta la vita. Colpisce la tela con due pennellate di bianco, diciamo pre-impressionista, così che l’aria sopra i campi arati e i vigneti dia l’idea di un respiro mosso, della fine di un’apnea. Poi, per concludere in bellezza, ci mette al centro un sole assurdo, uno di quelli che vista la giornata sembrerebbe conseguenza logica ma visto il calendario quasi spaventa .
Finisce così quest’anno. Con una promessa dal cielo.
E che sia reale o figlia di una fantasia io la promessa me la prendo. E pure il caldo sul viso che resta una specie di carezza, una cura a qualunque male.
Va via l’anno in cui lascerò la fine di un’altra storia d’amore. Una storia che non dimenticherò ma con un epilogo da pessimo romanzo rosa. Mi lascio dietro l’anno di due amicizie nuove e importanti, di una ritrovata e di altre che fanno più intensi i sorrisi, quelle invece me le porto dietro perchè ispirano parole d’argento.
C’è stata un’isola nelle baleari e un cammino d’agosto verso una terra che si chiama “noi”, mi porterò insieme anche quei passi di sfida all’insolazione, al dolore, alla stanchezza e a tutti quelli che non hanno capito di che pasta siamo fatti. “Dall, Raf, dall”.
In archivio ci finisce pure un altro incredibile viaggio, quello in Marocco quando il trio ha toccato un’altra volta il cielo, un cielo più alto dei 9.000 metri di quota in cui viaggiava l’aereo, quando il Marrakech Express della mia infanzia ha smesso di essere solo un film diventando vita, parole e occhi pieni.
Si chiude l’anno dei concerti al Jet Cafè, delle cene a casa di Nick, dei bomboloni e pizza alle due di notte a Cologno Monzese. Si chiude un anno di lontananza marcata con Giò, distanza che si è sbriciolata nella stretta di un abbraccio, come sempre.
Due ore fa sdraiato su una panchina della stazione di Barletta, culo fresco sulla pietra e viso caldo al sole, ho espresso un desiderio che ora, all’altezza di Pescara, mi torna in mente. Ho sperato che il treno non arrivasse mai più. Non per voglia di restare, non per paura di tornare.
Solo per tirare più a lungo possibile avanti questo attimo lungo di emozioni che è stato l’anno appena trascorso.
Forse non c’è da essere euforico per un amore che finisce, per una strada assolata, per amicizie perse, per altre che sono più lontano di quanto vorrei e altre ancora contorte e difficili, per i baci rubati nelle notti invernali.
Forse non c’è nemmeno da essere poi tanto felice di aver risalito le solite tre scalette del treno e di questo rumore di ferro che scivola via su altro ferro e mi porta verso una vita che potrebbe essere tanto migliore di com’è.
Di certo, sicuro e intoccabile c’è che alla fine di quest’anno so che malgrado debba stringere gli occhi in una smorfia che sembra un sorriso dolorante il sole riesco ancora a guardarlo dritto in faccia. Servono a questo le lacrime credo: a non restare ciechi di fronte a tanta luce, a tanto viaggiare.
Ragazzi, il cielo ha promesso. I sogni non bastano mai.
Alzo lo sguardo. Un orologio digitale che fino a qualche mese fa non c’era, lampeggia in rosso: “1:07″.
Poi dice: “+15°”.
Infilo nell’asola il secondo bottone del cappotto, poi anche il primo. Non fa veramente freddo. E’ il 25 Dicembre, solo 3 giorni fa camminavo nel gelo e scivolavo sulla neve diventata ghiaccio di Milano, eppure oggi, qui, non fa freddo. Un attimo e cambia tutto. In meglio, in peggio. Ma cambia. Un attimo.
Mi abbottono solo per sentirmi più compatto. Pronto a correre, se ce ne fosse bisogno, senza nessuna resistenza dell’aria. A lanciarmi con gli occhi chiusi senza impigliarmi a niente. Le emozioni arrivano sempre ad ondate. La felicità poi, non ne parliamo. A noi tocca rassegnarci e vivere sapendo che qualcosa, di tanto in tanto, ci travolgerà e che in quel momento dovremo essere abbastanza aerodinamici.
In questo momento una pelle d’oca leggera mi prende le braccia e sale lungo la schiena, fino al collo. Non ci sono miracoli nella mia vita, ora. Nessun evento eccezionale che non sia la visione generale del tutto, di chi sono, di quello che faccio. Delle parole che ho nelle mani e solo li e mai troppo a lungo nella testa.
Tanti giorni ho l’impressione che la vita scorra via e io non ne navighi mai abbastanza, che mi accontenti appena di una parte, forse quella più facile. Ma oggi no, è diverso. Non è perchè è Natale. Nemmeno perchè la musica nelle orecchie di questa nottata a piedi rende tutto più romantico (anche se in effetti lo rende). E’ perchè questa città, queste strade deserte, dopo tanto tempo tornano a sembrarmi casa, anche nel loro essere imperfette e bucate dalla mancanza di poesia di chi le abita. Ma a quest’ora le anime pigre sono da un’altra parte. Non c’è traccia di loro in questi metri dal pub a casa dei miei. Qui ci sono io e la mia mente è libera di coprire ogni centimetro senza dover chiedere il permesso al sistema di valori che qui va per la maggiore ma che con me non ha mai c’entrato granchè.
Oggi so che non tornerò. Nonostante la serata ad esaltarsi insieme a Giò per un’intesa che, porcaputtana, non abbiamo mai perso. La stessa che ci fa divertire talmente tanto da perdere di vista che magari siamo in un posto perchè ci stiamo provando con qualcuna. La stessa che mette entrambi al sicuro dalle proprie “carogne”, almeno per 4 ore al giorno.
Oggi so che non tornerò. Nonostante sia invaso dal profumo dell’aria che porta con se il mare e la terra di qui, quella che non potrei mai scambiare con nessun’altra aria di isola delle Baleari o di Souk del Marocco.
Oggi so che non tornerò, e tre. Nonostante i parenti, i ricordi, le passeggiate, la sensazione di avere tutto sul palmo di una mano.
Oggi però so anche un’altra cosa. So che io, qui, in questi metri, ancora ci sono. Ancora sono capace di sentire il sangue che gira in modo diverso dentro. E questo è quanto. Questo è abbastanza per concludere una serata così dicendo: “esisto”.
Due minuti fa ho detto: “nessun evento eccezionale che non sia la visione generale del tutto”. Mi pare che quest’ora di lampioni gialli, silenzi cantati e passi lenti, sia già diventata più esaltante di quanto pensassi all’inizio. Ecco perchè la pelle d’oca.
Io in dio non ci credo nemmeno oggi, anche se è Natale. Ma, non so perchè, lo ringrazio comunque, e continuo a camminare perchè è questo che so fare. Mi prendo queste ondate di pensieri, emozioni, felicità. E’ tutto gratis. Cazzo, è la parte migliore della vita e pochi se ne sono accorti. A voi l’ondata di parole. Gratis anche questa.
Sono le 4,35 ormai .. non e’ pomeriggio, e’ quasi l’alba e sono arzillo come un bambino che per la prima volta deve andare in gita… non dormo e non ho sonno… ma non sono su di giri anzi, sono pieno di pensieri, quasi tutti che volgono al peggio, combatto per trovare la serenita’ che il natale dovrebbe regalare ad ognuno di noi ma soccombo, per oggi niente serenita’ , niente sonno…….oggi solo piccole ferite accumulate nell’arco di un giorno, di un mese, di un anno o di una vita intera che si fanno vive tutte insieme, per la prima volta… e vengono meno le certezze (tante), i miei ideali (pochi), i sorrisi regalati a destra e a manca, la cordialita’ , la serenita’,gli amici, l’allegria… oggi sono spento.. per un giorno vado in ferie , non sono io, non voglio essere io….. ho voglia di sentire quelle piccole ferite, riviverle come per esorcizzarle, pensare che nonostante gli inciampi ho avuto la meglio.. oggi leggevo fra le tante cazzate di Fb che stolto e’ colui che perdona e dimentica, saggio colui che perdona e non dimentica e tutt ad un tratto mi sono sentito saggio…. ma c’e’ poco di cui compiacersi quando non si riesce a prender sonno. Le ferite sono li’, e la cicatrice non mi lascia in pace, e’ viva al passaggio della mia mano che l’accarezza,ha sanato la piccola lesione ma non ha cancellato il ricordo di come me la procurai… quei giorni lontani diventano attuali e si sommano all’ultimo, insignificante taglietto… mi rialzo ancora una volta , come se nulla fosse accaduto, mi guardo intorno , nessuno ha visto perfortuna… se solo non avessi visto anche io, tutto sarebbe stato piu’ semplice.. ma nulla nella vita e’ semplice come appare, quasi mai. Allora riprendo a camminare conscio che saro’ piu’ attento, almeno fino al prossimo inciampo..
Auguri di un sereno natale e un felice anno nuovo a tutti i pennelli….RAF
- Vins – mi dico – non è che i tuoi fan se ne avranno a male? Datti una svegliata. Compiacili. Accontentali.
Puf.. appare il grillo parlante sulla mia spalla e anche lui esordisce con un:
- Vins.
- Eh – gli rispondo
- non ce ne hai di fan!
- Ah.
cazzo, a volte la realtà si confonde con l’immaginazione e non lo sai bene dove finisce una e inizia l’altra.
Cioè tipo, oggi, giusto per fare un esempio, mica lo so cosa è stato vero e cosa no. So che fa talmente tanto freddo che il cervello deve essersi parzialmente congelato e funziona solo quando e come gli pare a lui. Diciamo che per diverse cose è come vivere a memoria, per altre invece, come una continua improvvisazione.
Nonostante alcuni atteggiamenti e tentativi di ordinarmela, questa esistenza mi scappa di mano. Continuamente. Sono anni che, appena messi dieci passi uno di seguito all’altro, all’undicesimo vado fuori pista. Come il Bufalo che “scarta di lato” della canzone di De Gregori. Al contrario della locomotiva scivolo via in disegni strani. In vortici che somigliano ai disordini di Mirò.
Pensavo: ma se quella gran faccia da culo di George Clooney si salva dal pianoforte che precipita dal quarto piano, perchè lui, insomma, è pur sempre il più figo, io, perdente in partenza in questo confronto cosa dovrei aspettarmi? Beh, forse, in effetti io stasera al San Pietro-John Malkovich non ho nemmeno poi così tanta voglia di chiedergli di rimandarmi indietro. Anzi, fanculo al negozio delle macchine del caffè, mi dico:
- Vediamo cosa viene fuori da queste linee strane. Da queste nuvole. Magari è davvero un’opera d’arte.
- Viiiiins..!
- caaazzooooo, griLLo, è quasi mezzanotte, non rompere i coglioni!