Taranto, città da salvare
Per 19 anni son cresciuto a Grottaglie, in terra nord-salentina, dove la bellezza delle campagne con sterminati uliveti e vigneti corre bassa per qualche chilometro fino ad accarezzare un mare cristallino. Il cielo è spesso azzurro e d’estate il sole picchia forte sulla terra di massie, legendarie tanrantate e tradizioni di lunghe settimane sante. Si, il cielo spesso è azzurro fino ad arrivare ai due mari regalati dalla natura come volesse consegnarci un porto naturale. Lì, tra i due mari il cielo spesso non è più azzurro.
Taranto, la città dei due mari, è una città che non vive sul turismo (come avrebbe potuto), ma vive grazie alle forze armate, raffinerie, ma soprattutto industria siderurgica. Dalla fine degli anni ’60 lo stato del “miracolo” ha portato lavoro, occupazione e fabbriche. In particolare l’Ilva, dove lavorano 13mila operai più quelli dell’indotto, una struttura enorme, l’impianto siderurgico più grande d’Europa.
Da piccolo mi impressionava passare vicino a quell’immensa fabbrica dove i guardrail rossi e le dimensioni enormi delle ciminiere con quantità incredibili di fumo attraevano il mio sguardo curioso. Ricordo benissimo che tenevo sempre due dita strette a chiudere il naso, trattenevo il respiro fin quando potevo. Adesso, da grande, quei fumi continuano a tormentarmi in altro modo. Decine di inchieste mostrano dati che parlano di una città avvelenata, un tempo perla della Magna Grecia. Qualcuno mi dice che sono dati di parte, ‘i soliti comunisti-ambientalisti’. Io, cercando di capirci qualcosa di più, mi informo, mi incazzo e mi commuovo.
Taranto è una città che vive praticamente a ridosso dell’industria siderurgica ed i cui problemi sembrano dimenticati da qualsiasi colore politico e putroppo anche da una parte estesa di cittadini rassegnati. Le colline di carbone e di ferro, materia prima per fare l’acciaio, sono troppo vicine alla città ed i fumi sono carichi di sostanze tossiche emesse in quantità sempre maggiori. Secondo le stime dell’ARPA Puglia (l’Agenzia Regionale per l’Ambiente) e dell’INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) il sistema industriale di Taranto ha scaricato sulla città quantità impressionanti di diossina. Il continuo aumento si riferisce a elementi pericolosissimi come PCDD (policlorodibenzo-p-diossine) e PCDF (policlorodibenzo-p-furani), famiglia di diossine cancerogene e serio rischio per la salute. Se a Taranto si stima un incremento della diossina ciò ha una precisa ragione a cui il presidente della Regione non si è opposto: il trasferimento a Taranto delle produzioni inquinanti rifiutate a Genova.
….Continua
Nick
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