A colloquio con una Dea

Posted by Gio on feb 8, 2008 in Diario |

Mi sveglio a metà mattina, bocca impastata.
Ho mille fogli da stampare per il lavoro, ma dico a mia madre di non prepararmi la colazione perché vado nel mio bar preferito.
Cappuccino, sfoglia alla crema e amarena. Sciolgo il mastice che incolla i miei denti; poi sono in auto che corro di fronte a un mare gravido di un colore smeraldo intenso. I gabbiani sembrano impurità desolate sulla superficie di un enorme topazio.
Bisognerebbe sempre diffidare di un giorno iniziato con la pioggia mattutina che batte sull’auto e fuori un mare increspato d’inverno.
Oggi ho deciso di rivederla; di rincontrare una persona che ha condiviso con me l’indefinibile in un attimo; che ha conosciuto il mio odore e io il suo. Che mi ha colorato l’esistenza di serenità.
E che, per l’ingiustizia della vita, ne è diventata un fantasma che mi turba ogni volta che sono solo.
 
Non so quante volte capita nella vita di un uomo di mettere da parte l’orgoglio, prendere il cuore in una mano e con l’altra il coraggio, e tentare di parlarle.
Magari quella per cui senti i baratri all’impulso cardiaco quando la vedi; o quella che fa crollare tutta la tua eloquenza, rendendoti il cervello simile ad un macaco del Laos. O quella intimamente legata al tuo passato e della quale la memoria ha solo dolci ricordi.
In definitiva, quella che ormai è diventata un’ossessione.
Ho già vissuto questi momenti in cui ho affrontato il deserto asfissiante delle mie incertezze. Ma devo chiamarla.
Sembra che il tasto verde sul cellulare sia diventato improvvisamente un tabù, un mostro di cui si è sottovalutata la potenza disarmante in passato. Ma devo chiamarla.
Penso alle parole di stima che poi il mio amico mi dirà. Devo galvanizzarmi in qualche modo. Cos’ho da perdere? Un altro contratto a tempo indeterminato col silenzio. E allora fanculo, pigia sto tasto verde, Gio!
Oh, e che vi devo dire…l’ho pigiato! Una volta che senti squillare dall’altra parte, pensi: “vabbè, il danno ormai è fatto. Tirarsi indietro significherebbe una figura ancora più squallida”. E’ l’unica trappola logica che può fregarti in quei momenti.
 
Riesco a strapparle un caffé, ma sono troppo agitato e bevo litri di acqua. Spalle al muro, io contro la verità. I momenti sono infiniti e magici; posso rivedere i suoi capelli e lo sguardo non più complice.
Non riuscirò a ottenere una riconciliazione.
Troppo emozionanti quei venti minuti, anche se alla fine ho una bocca che sa di Montenegro, tanto è amara. Ciò che mi sfianca non è il fatto di non poter esserle più amico. Piuttosto è come se ho consumato l’ultima lacrima al funerale di un pezzo del mio passato.
Però almeno il coraggio l’ho avuto.
 
Gio

 

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