È come se il cielo si fosse di colpo abbassato, il grigio compatto incamerato negli occhi, per restarci.
Un vecchio proverbio diceva: «Sotto la neve il pane». Era di buon auspicio, la neve fa da coperta al grano, protegge i semi contro il gelo. E, in effetti, un tempo, la neve compiva il miracolo di tramutarsi in pane in ogni senso. Migliaia di disoccupati accorrevano per conquistarsi i soldi per la michetta corrisposti dal Comune a chi spalava.
Poi – miracolo economico dopo miracolo – i mulini diventarono bianchi di un bianco che più bianchi non si poteva neanche col candeggio. E i mulini sfornarono esotismi: cracker, snack, plum-cake. Suoni comunque commestibili, stando alla Pubblicità che li accompagnava, generosa.
Sostituirono il pane, e – il giorno in cui tornò a nevicare e il Comune tornò a stanziare i soldi – i disoccupati erano sempre migliaia, ma nessuno si presentò a spalare.
Ma adesso, in questo momento, oltre alla neve bianca ci sono gli immigrati neri. Che accorrono in tanti al bando del Comune.
Cracker, snack, plum-cake sono restati, ma spalatori e pane sono ritornati.
Certo, è scomparsa la michetta, e gli spalatori sono neri e il pane è arabo.
Mentre… lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca. (Che non è il jingle dello spot per un pandoro, ma è Pascoli. Giovanni. Il poeta.)
Denominazione sociale: Brunori Sas di Dario Brunori & co.
Oggetto sociale: ginocciha sbucciate, palloni bucati e ragazzi di provincia, il mare d’inverno e le cotte d’agosto, pugili e fiorellini stracciati.
La musica di Brunori Sas è semplice e diretta, con un’orecchiabilità da voler prendere la chitarra e srimpellare giri da spiaggia. Dario si racconta tra rabbia e malinconia attraverso sonorità retrò che viaggiano tra ricordi d’infanzia e problemi della vita di tutti i giorni.
Dopo aver vinto il premio Ciampi 2009 come miglior esordio dell’anno “l’azienda di suoni e parole a conduzione familiare” ha fatto tappa anche al JetCafè, serata indimenticabile!
Per compensare l’ammorbamento intimista dovuto al post di ieri la redazione propone un’ulteriore riflessione sul limbo che attanaglia molti di noi in ogni inverno della vita… e pure in altre stagioni.
Vins, in quell’altro mood
p.s.: grazie a lello, domenico, agatella e antonio per lo scambio mail di oggi, almeno so che internet vi funziona ancora
E’ tutto un limbo. Limbo strano però. Tutto si muove e resta fermo. Tutto cambia senza mai cambiare veramente. E in questo limbo, da qualche settimana, ci è finito pure questo blog.
Post di qualcuno, commenti, sparuti, di qualcun altro. Mi chiedo se sia il freddo. Si, forse effettivamente è il freddo. Dev’essere quello. Non posso credere che ognuno si sia scelto il silenzio come salvezza per questa stagione.
Sono successe cose che hanno stravolto la vita di qualcuno, altre che invece la vita di qualche amico l’hanno cambiata piano piano fino a renderla poco riconoscibile a noi che gli siamo attorno e forse anche a sè stesso.
Sono successe cose che qui dentro, tra questi milioni di righe scritte di getto o pensate a lungo, nessuno troverà mai perchè è vero che non tutto può essere scritto e che non tutto vuole essere scritto. E così, in questo silenzio che insiste ci stiamo muovendo lo stesso, in punta di piedi, con calzini spessi per non sentire il pavimento freddo, parlando ognuno con il confessore che si è scelto, ognuno attento a guardarsi dietro per essere certo di non essersi perso la propria ombra.
E’ quando inizi a desiderare che scoppi improvvisa la primavera che forse il sangue ritorna a girare nelle vene, la mano a formicolare, gli occhi a scrivere. E via dal limbo. E io spero che da quella parte, qualcuno di voi abbia già iniziato a farlo. Ne verremo fuori, nel bene e nel male.
Oramai è diventata una tradizione, un mio piccolo lavoro a base di foto, un calendario da rivedere carico di ricordi ed emozioni che raccontano sprazzi di Pennellisolari durante tutto il 2009. Non voglio aggiungere altro se non: buona visione.
Mi piacerebbe che fossimo più felici di ciò che abbiamo. Mi piacerebbe che fossimo più consapevoli del dove siamo stati e cosa siamo stati. Mi piacerebbe che i pennellisolari fossero molti di più e che nuove idee arrivino a sconvolgere i nostri monotoni piani di uomini che rischiano sempre meno col passare degli anni. Mi piacerebbe che il futuro fosse molto ma molto più meraviglioso di quello che riusciamo ad augurarci con quei penosi messaggini in serie che rivedremo oramai a Pasqua. Mi piacerebbe che Milano fosse un quartiere di Bisceglie per poterci andare più spesso a passare i sabato sera e che NYC e Londra fossero più vicine e accessibili. Mi piacerebbe che ognuno di Noi avesse più tempo libero per viverci, piuttosto che per scriverci e che la lontananza anche fisica non arrivi mai a separarci.
Probabilmente i sogni e le idee di questa notte sono fantasie che non appartengono a questo mondo. Pensieri e progetti a cui mi voglio aggrappare prima di tornare, dopo un mese, al mio mondo italiano. Quest’anno devo avere più tempo per me e lavorare meglio cioè meno. Devo fare più sport, non farmi rapire dalla frenesia del alvoro e dai difetti della nostra società e bla bla bla.
Intanto la mia prima mezzanotte italiana sta scoccando, solo in una casa che Mia solamente non è più, con il solito sballottamento e vuoto interiore di chi torna da viaggi lunghi e lontani che non sanno di vacanza ma di vite vissute lontano da quel LI’ dove sono abituato a immaginarmi per sempre (Bisceglie). Ma il sempre è minacciato, in me, da sempre. L’Australia, l’America, ogni dove per trovarmi sperduto nel mondo e rifugiarmi poi nelle lenzuola di casa e sentirmi non più protetto come un tempo. Indifeso dal mondo contrariamente a quando da bambino sotto le lenzuola o meglio in quelle in cui dormivano Papà e Mamma, sentivo che nulla potesse succedermi di brutto.
Oggi un solo rifugio mi porta quella serenità, una casa affettiva e non fisica che ha un nome preciso. Ma fuori …
Fuori echeggiano i nostri dubbi, quesiti, paure, e allo stesso tempo entusiasmi, voglia di cambiare, di ricrearsi in un posto dove per ennesima volta non le nostre famiglie e le nostre storie e tradizioni, ma le nostre scelte ci definiscano come nuove entità. E di qui a chiederci se centrano i soldi, i guadagni, i figli, la casa, il matrimonio, se questi viaggi alla fine non facciano solo che turbare i nostri equilibri.
Provo a scrivere queste poche righe non sapendo neanche perchè lo stia facendo pur di scrivere un post in un blog che è una di quelle cose che ovunque io sia mi ricollega all’Italia. Provo a scirvere questo post, consapevole che bello non è perchè non può spiegare tutta questa confusione di un ennesimo ritorno a casa, parzialmente vuota, di fronte a un futuro tutto da colorare e da riempire con le scelte che faremo.
Prendo i colori, questa volta pastelli e non pennelli, per questo anno che comincia e che vorrei fosse colorato ma non dalle tinte brusche. Stasera ho bisogno di pastelli per attenuare le domande sulle scelte che faremo. La vita succederà. Mi piacerebbe. Magari un giorno, che quel disegno a pastello fosse tutto vero seppur non sappia ancora cosa. Come.
E la cosa più strana è che ho paura ad entrare da solo sotto le coperte e che forse la vera paura si chiama ricominciare.
E’ da un po’ di tempo che un gruppo di persone e associazioni, di giovani biscegliesi, si incontra per discutere del patrimonio storico della nostra città.
Non solo di quel patrimonio circoscritto dal pentagono di mura del borgo antico, ma anche di quello fuori dalle stesse. Il cosiddetto spazio extra-moenia.
Attraverso gli incontri di Biciliæ, si è andati in bici alla scoperta di luoghi dimenticati della nostra città: frantoi ipogei, ville, atri, corti e cortili, solo per citarne alcuni.
Sono tutti luoghi che sono stati calpestati nel tempo dalla prepotenza (o inciviltà) dei nostri amati costruttori, dalla non-curanza dei cittadini, dalla totale assenza delle varie amministrazioni.
Luoghi in cui la storia della nostra città è stata impastata dalle mani sapienti di contadini e pescatori, di commercianti e artigiani, di borghesi e signori; che con le loro attività e le loro stesse esistenze hanno reso vive le mura di questi fabbricati.
Ai nostri giorni, però, nessuno dei giovani è in grado addirittura di riconoscere questi luoghi; guardare i cortili che, per esempio, sopravvivono a stento alle spalle dell’Orto Botanico provoca solo disgusto per il cosiddetto “degrado”.
L’idea comune è che certi posti andrebbero abbattuti ed edificato sopra un bel palazzo moderno da almeno cinque piani.
Non ci si sofferma a pensare quanto potesse essere più “umana” la vita vissuta in posti in cui la condivisione degli spazi era nel DNA degli abitanti. O a pensare quanta storia quelle mura trasudino, e quindi a rispettarle non foss’altro che per l’anzianità delle stesse. Quasi fossero persone.
E se questo è il pensiero dei giovani, quello dei concittadini più maturi d’età non è da meno. Forse hanno vissuto quei luoghi, e dagli stessi sono scappati per emigrare in cerca di fortuna o per andare a vivere in un più comodo appartamento moderno, pensando quindi che non siano luoghi da tutelare.
A parte pochissimi studiosi della nostra città, dal dott. Gallo al dott. Fontana al compianto prof. Di Molfetta, la coscienza cittadina nei confronti di questi luoghi sembra essere sparita.
Qualora ci fossero dei giovani interessati a salvaguardare questa presenza fisica della storia cittadina, i loro sforzi sarebbero impiegati innanzitutto nell’inventariare tutti i luoghi ormai dimenticati.
E proprio in questo scenario che il gruppo di associazioni suddetto si muove da qualche mese.
La coscienza, si sa, è una amalgama che fatica a coaugulare, e che comunque abbisogna di tempo.
Ma attraverso discorsi, biciclettate, confronti, la coscienza del gruppo comincia a prendere corpo.
E la coscienza di questo gruppo, si intuirà, si sviluppa nel senso di un recupero di quei luoghi storici.
Ecco quindi che è stata partorita la prima iniziativa concreta del gruppo: una petizione il cui scopo è quello di ottenere innanzitutto il vincolo della Soprintendenza per i Beni Culturali della regione a due ville storiche della nostra città, Villa Bruni e Villa Di Pierro.
La prima è un “esempio di tipica costruzione padronale di XVIII sec., già depredata di alcuni elementi decorativi di particolare valore” e che “sarà abbattuta per fare spazio ad un nuovo tratto di strada”; mentre Villa Di Pierro è uno dei pochi esempi di ville in stile Liberty della nostra città e che sta per essere uccisa da
palazzi a sei piani che andranno a circondarla, facendola letteralmente sparire tra colate di cemento.
Così ero tornato a casa, nel mio quartier generale. Raggiunsi uno specchio e mi guardai la faccia.
Mi sembrava abbastanza conosciuta.
«Sì, sono io» lei, la faccia, mi confermò.
«Mi pareva – dissi -, è che sei invecchiata.»
La risposta fu un lungoooo sospiro.
Così, con un paio di puntine al posto giusto, questo 31 dicembre stende in cielo un tappeto azzurro di quelli che proprio finirai per ricordarli per tutta la vita. Colpisce la tela con due pennellate di bianco, diciamo pre-impressionista, così che l’aria sopra i campi arati e i vigneti dia l’idea di un respiro mosso, della fine di un’apnea. Poi, per concludere in bellezza, ci mette al centro un sole assurdo, uno di quelli che vista la giornata sembrerebbe conseguenza logica ma visto il calendario quasi spaventa .
Finisce così quest’anno. Con una promessa dal cielo.
E che sia reale o figlia di una fantasia io la promessa me la prendo. E pure il caldo sul viso che resta una specie di carezza, una cura a qualunque male.
Va via l’anno in cui lascerò la fine di un’altra storia d’amore. Una storia che non dimenticherò ma con un epilogo da pessimo romanzo rosa. Mi lascio dietro l’anno di due amicizie nuove e importanti, di una ritrovata e di altre che fanno più intensi i sorrisi, quelle invece me le porto dietro perchè ispirano parole d’argento.
C’è stata un’isola nelle baleari e un cammino d’agosto verso una terra che si chiama “noi”, mi porterò insieme anche quei passi di sfida all’insolazione, al dolore, alla stanchezza e a tutti quelli che non hanno capito di che pasta siamo fatti. “Dall, Raf, dall”.
In archivio ci finisce pure un altro incredibile viaggio, quello in Marocco quando il trio ha toccato un’altra volta il cielo, un cielo più alto dei 9.000 metri di quota in cui viaggiava l’aereo, quando il Marrakech Express della mia infanzia ha smesso di essere solo un film diventando vita, parole e occhi pieni.
Si chiude l’anno dei concerti al Jet Cafè, delle cene a casa di Nick, dei bomboloni e pizza alle due di notte a Cologno Monzese. Si chiude un anno di lontananza marcata con Giò, distanza che si è sbriciolata nella stretta di un abbraccio, come sempre.
Due ore fa sdraiato su una panchina della stazione di Barletta, culo fresco sulla pietra e viso caldo al sole, ho espresso un desiderio che ora, all’altezza di Pescara, mi torna in mente. Ho sperato che il treno non arrivasse mai più. Non per voglia di restare, non per paura di tornare.
Solo per tirare più a lungo possibile avanti questo attimo lungo di emozioni che è stato l’anno appena trascorso.
Forse non c’è da essere euforico per un amore che finisce, per una strada assolata, per amicizie perse, per altre che sono più lontano di quanto vorrei e altre ancora contorte e difficili, per i baci rubati nelle notti invernali.
Forse non c’è nemmeno da essere poi tanto felice di aver risalito le solite tre scalette del treno e di questo rumore di ferro che scivola via su altro ferro e mi porta verso una vita che potrebbe essere tanto migliore di com’è.
Di certo, sicuro e intoccabile c’è che alla fine di quest’anno so che malgrado debba stringere gli occhi in una smorfia che sembra un sorriso dolorante il sole riesco ancora a guardarlo dritto in faccia. Servono a questo le lacrime credo: a non restare ciechi di fronte a tanta luce, a tanto viaggiare.
Ragazzi, il cielo ha promesso. I sogni non bastano mai.